Riproduciamo, a beneficio di tutti, il testo integrale della legge che ha istituito il Giorno della Memoria Legge n. 211 del 20 luglio 2000

Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Art. 1

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetti i perseguitati.

Art. 2

In occasione del “Giorno della memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

23.826 sono gli italiani deportati (22.204 uomini e 1.514 donne) che furono deportati nei lager nazisti per motivi politici. Di questi 10.129 non tornarono.

I dati sono in una ricerca promossa dall’Aned, Associazione Nazionale Ex Deportati, e svolta dai ricercatori del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino che hanno lavorato sugli archivi ufficiali dei campi di concentramento, dei ministeri dell’Interno di Austria e Germania e della Croce Rossa incrociando le informazioni con gli elenchi dei deportati che in questi decenni sono stati ricostruiti e conservati sia da singoli deportati e dalle loro associazioni, sia da istituti storici locali.

Antifascisti della prima ora, partigiani, prigionieri di guerra ma anche criminali abituali detenuti nelle carceri italiane e consegnati dalla Repubblica di Salò ai tedeschi, asociali, politici ebrei, lavoratori civili emigrati in Germania, cattolici: per ciascuna di queste categorie nei campi di sterminio c’era una sigla di identificazione.

11.432 furono designati come ‘Schutzhaftling’ (deportati per motivi di sicurezza), 3.723 come ‘Politisch’ (in buona parte già presenti nel Casellario politico centrale dell’Italia fascista), 801 erano AZR, abbreviazione di “Arbeitszwang Reich”, ovvero ‘asociali’, categoria di solito attribuita ai criminali comuni e in alcuni casi a soldati imprigionati dopo l’8 settembre. KGF, “Kriegsgefangene” erano i prigionieri di guerra; BV, “Berufsverbrecher”, criminali comuni; altri ZA, “Zivilarbeit”, lavoratori civili; “Geistlicher”, religiosi; “Pol Jude” o “Schutz Jude” erano gli ebrei considerati anche oppositori politici.

Diversa la classificazione ma uguale il destino: schiavi del Terzo Reich, manodopera per le esigenze della macchina bellica di Hitler. Le morti furono, sul totale, 10.129, una percentuale vicina al 50%, che arrivò al 55% nel lager di Mauthausen. Fu tuttavia Dachau, con 9.311 persone, il luogo con il maggior numero di deportati politici; a seguire, Mauthausen con 6.615, Buchenwald con 2.123, Flossenburg con 1.798, Auschwitz con 847 e via via gli altri campi. Dall’incrocio dei dati, balza evidente il fatto che oltre il 25% dei deportati fu catturato in operazioni di rastrellamento: in 716 di queste – di cui si conosce la composizione dei reparti – ben 224 (il 31,3%) furono condotte unità militari o di polizia di Salò.

Giorgio Rochat storico che si è occupato degli aspetti “statistici” scrive:

Ebrei.

Le lunghe, accurate ricerche di Liliana Picciotto Fargion per il Centro di documentazione ebraica contemporanea danno un totale di 5916 morti dei 6746 ebrei italiani deportati in Germania e nominativamente accertati, cui sono da aggiungere 305 ebrei uccisi in Italia e un migliaio di deportati per i quali le notizie sono incomplete. Sono gli italiani uccisi perché ebrei; altri ebrei italiani, che caddero come partigiani, sotto i bombardamenti o per altre cause, sono logicamente compresi in queste voci.

Deportati politici nei lager nazisti.

Gli italiani deportati nei campi di sterminio furono 45 / 46 000, i sopravvissuti il 10 per cento. Sono cifre abbastanza sicure. Da questi 40/41 000 morti bisogna detrarre circa 7000 ebrei già contati sopra e un certo numero di partigiani mandati a morire in Germania. Non abbiamo però alcun elemento per sapere quanti fossero costoro per evitare di conteggiarli due volte, come caduti partigiani e come caduti nei campi di sterminio. Operiamo quindi una forzatura e diamo l’unica cifra “inventata” di queste nostre pagine (perché calcolata senza riferimenti almeno parziali), ossia diciamo che dei circa 34 000 morti in Germania (abbiamo già tolto gli ebrei)

10 000 sono da contare tra i caduti partigiani e 24 000 come deportati politici.


Le iniziative sul  territorio di Brindisi:

Giornata della Memoria nei saloni della Prefettura il 27 gennaio alle ore 11 si ricorda una delle pagine più tragiche della storia europea del ‘900, ci sarà una delegazione di studenti, il Prefetto consegnerà le medaglie d’onore a cittadini che hanno vissuto l’esperienza dell’internamento.

 

Giornata della Memoria: alla scuola Pertini incontro con militare deportato e “La Vita è bella”

In occasione della giornata della memoria, in data 27/01/2015, alle ore 9.00, nell’Aula Magna “Sandro Pertini” della Scuola Secondaria di primo grado, al quartiere Sant’Elia, le classi 2A-2B-2C-3A-3B incontreranno il sig. Ambrogio Colombo, militare durante la Seconda Guerra Mondiale.Il sig. Ambrogio, per ventuno mesi, fu prigioniero nel campo di concentramento di Dachao e verrà a raccontare agli alunni dell’I.C. Sant’Elia-Commenda le sue dolorose vicende, perché nessuno dimentichi.

Gli alunni rivolgeranno al sig. Colombo alcune domande, per meglio comprendere le condizioni di vita in cui versavano i prigionieri in quel campo di concentramento.

Dopo l’incontro, che avverrà alle ore 9.00, gli alunni vedranno il film “ La vita è bella” sulle cui tematiche i docenti apriranno alla fine un dibattito. All’evento saranno presenti anche i genitori.

 

San Pancrazio l’assessorato alla cultura organizza nell’aula consiliare alle 17,30 la proiezione di documentari sulla deportazione, poi ci sarà la declamazione di poesie di Primo Levi e di Joyce Lussu oltre che l’ascolto di canzoni di Francesco Guccini.

 

Comune di Erchie con ANPI Brindisi 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2015-01-26

ore 17,30 auditorium scuola media G.Pascoli Erchie iniziativa Voci della memoria

con la proiezione di un documentario film “prima di tutto l’uomo” di Elio Scarciglia, ci sarà poi la testimonianza del sig. Nicola Santoro internato n.159534; i Cantacunti faranno un“il bosco di betulle”; infine ci sarà il cortometraggio “una voce lontana” a cura dei ragazzi della scuola media; mora Giuseppe Morleo .

 

 

Francavilla Fontana il liceo classico “Lilla” e l’ANPI organizzano per il 28 gennaio presso il cinema teatro Italia alle ore 9 la giornata della memoria nell’occasione incontreranno il sig. Ambrogio Colombo, militare durante la Seconda Guerra Mondiale, internato prima a Peschiera poi preso in carico dalle truppe SS deportato al campo di Dachau successivamente fui trasferito nel campo di Kottern.

Poi ci sarà la proiezione di un documentario film “prima di tutto l’uomo” di Elio Scarciglia il documentario inizia un viaggio a ritroso nel tempo, si indaga sui diritti negati all’uomo nell’imminente passato, varie testimonianze raccontano di fatti e misfatti del secolo scorso. Si parte dalla Casa Rossa di Alberobello e si approda alla Risiera di San Sabba di Trieste. Il sud e il nord legati da una bellissima figura di uomo libero, Vincenzo Antonio Gigante, nato a Brindisi, che, pronto a sacrificare anche la vita per i propri ideali, viene arrestato e infine deportato nell’unico campo di concentramento italiano con forno crematorio, la Risiera di San Sabba appunto, dove fu torturato e ammazzato dai nazisti, senza però rivelare i nomi dei suoi compagni.

Sulla deportazione, nei locali del liceo classico da giorni è esposta la mostra dell’ANED:

 

Intervento di Ambrogio Colombo al teatro Italia di Francavilla Fontana, giorno 28 gennaio.

 


[..]Avrete notato che ho una medaglia: è quella che l’ex- Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto donarmi e che mi è stata consegnata il 27 gennaio 2011, in prefettura dall’allora sindaco di Brindisi Onorevole Mennitti.

Venendo al nostro incontro, vi dirò che, malgrado i miei quasi 95 anni, ricordo quel periodo come fosse ieri, anche se sono trascorsi quasi settant’anni dai tragici avvenimenti che coinvolsero il nostro paese dal 1943 al 1945 e penso, con una punta di sofferenza, che oramai siamo rimasti in pochi a testimoniare quelle vicende dolorose che vanno ricordate “perché nessuno dimentichi”.

Per voi giovani le parole “deportazione, internamento, prigionia, lager, sterminio, reduci” sono termini appresi leggendo i libri; a me rievocano luoghi, persone e fatti drammatici vissuti da giovane: avevo 23 anni.

Con l’entrata dei Tedeschi in Italia, dopo l’8 settembre del 1943, fui fatto prigioniero e, avendo rifiutato di collaborare con i fascisti, fui rinchiuso nel Castello di Peschiera sul Garda con centinaia di altri militari.

Il18 settembre venimmo caricati su carri bestiame militari, senza ricevere né acqua, né cibo per tutto il tragitto. Iniziò, così, il viaggio verso la Germania e ricordo che non ci era nemmeno permesso di soddisfare i bisogni più elementari. Per quattro giorni vivemmo tra fame, sporcizia e paura, ignari del nostro destino.

Finalmente il 22 settembre arrivammo a destinazione e stanchi, sporchi e impauriti venimmo caricati come bestie su camion e internati nel lager di Dachau. (Dachau si trova nella regione tedesca della Baviera, a 12 Km a nord-ovest di Monaco ed è, ancor oggi, tristemente famosa per la presenza di un campo di concentramento di prigionieri politici, istituito all’avvento del regime hitleriano nel 1933.)

Dal 30-01-1933 al 1945 vi morirono più di 300.000 persone (avversari politici del nazismo).

A tale proposito, non posso ignorare i 3.000.000 di esseri umani dei campi di concentramento di Auschwitz- Birkenau, in Polonia, sterminati anche nei “forni crematori” e, per la maggior parte, Ebrei.

A Dachau fummo consegnati alle S. S. (servizi di sicurezza di Hitler), denudati, rasati a zero, privati di tutto, vestiti di grigio come carcerati, con due zoccoli di legno ai piedi, tipo olandese e con a disposizione soltanto una gavetta e un cucchiaio di alluminio. Venimmo accatastati in capannoni, su letti a castello di legno. Il vitto giornaliero consisteva in un pezzo di pane nero di circa 165 grammi e una scodella di brodaglia a base di rape, crauti e bucce di patate.

Da quel momento non ero più un uomo, ma solo un numero: il 54007.

Il 28 settembre 1943, con un altro centinaio di prigionieri, venni trasferito nel lager di Kempten, sempre nella bassa Baviera. Si viveva un vero e proprio inferno tra fame, malattie, maltrattamenti, bombardamenti e morti.

Intanto, la città di Monaco subiva pesanti bombardamenti da parte degli Alleati a causa della presenza della vicina fabbrica di aerei: la Messersshmitt che cominciò a costruire nuovi tipi di bombe.

Pur debilitati dagli stenti e dai maltrattamenti, venimmo usati per ogni tipo di lavoro nei campi e nelle strade per l’intera giornata. Sotto i bombardamenti e controllati a vista, rientravamo sfiniti nel campo per riprendere, il giorno dopo, gli stessi pesanti lavori. Intanto l’avanzata delle truppe russe, da Oriente e di quelle degli Alleati (Inglesi e Americani) da Occidente, provocò la perdita di militari

tedeschi e sollevò il problema della mancanza di manodopera nelle industrie. Ciò ci permise di essere utilizzati per lavori all’esterno del campo, di godere di maggiore libertà personale, di poter recuperare un po’ più di forze, potendo reperire, di nascosto, del cibo per alimentarci. Questa la mia vita per 21 mesi dei quali, a conclusione, voglio ricordare due soli episodi.

Il primo: approfittando di un momento di disattenzione delle S.S., tentai di fuggire, nascondendomi di giorno e cercando di allontanarmi, di notte La mia fuga, però, durò solo 48 ore. Avevo dimenticato che vestito da prigioniero, con la testa rasata e gli zoccoli non mi sarebbe stato possibile non essere riconosciuto. Ripreso e portato nel piazzale del campo, in presenza degli altri internati, mi furono inflitte 15 frustate; fui lasciato lì per l’intera giornata con un cartello appeso al collo su cui era scritto: “ICH BIN ZURUCK”- “IO SONO TORNATO”. Ricordo che due prigionieri si presero cura di me per oltre 20 giorni, mi curarono con impacchi di acqua fredda

e fette di patate sulle piaghe. Piano piano, giorno dopo giorno, le ferite guarirono; mi fu così possibile riprendere la vita di campo, impegnato in lavori all’interno del lager.

 

L’altro episodio attiene la mia liberazione. Mentre gli Americani avanzavano verso Berlino da una parte e i Russi dall’altra, incolonnati, venimmo spostati per la ricerca di altri campi di prigionia. Il 5 maggio 1945, all’ingresso di un paesino, sentimmo che da un balcone una donna gridava: “American panzer!”- “Carri armati americani!”. Si verificò un grande scompiglio tra le S.S. che non tardarono a darsi alla fuga; la guardia al mio fianco estrasse la pistola, sparò al suo cane e fuggì anche lui.

Fummo così salvati. Aspettammo gli Americani che ci dettero subito assistenza, ci ripulirono, ci sfamarono e ci visitarono. Finalmente ero libero! Trattenuto per farmi recuperare un po’ le forze, dopo oltre 20 giorni, e precisamente il primo giugno 1945, accompagnato dalla Croce Rossa Internazionale, arrivai a Bolzano accolto dal Comitato di Liberazione Nazionale “Alto Adige”. Un volontario del Comitato stesso mi accompagnò con la sua auto a Milano dove trovai la mia casa distrutta dai bombardamenti. Tramite il Centro Reduci, fui messo in contatto con quello di Castelnuovo nei Monti di Reggio Emilia; lì seppi che mia moglie Annita che aveva lavorato come tranviera a Milano si era rifugiata presso la madre a Vetto (RE) dove mi recai e potei abbracciarla insieme con mia figlia Marisa.

Iniziò qui la mia rinascita fisica e morale, dopo 21 mesi di “schiavitù” che mi avevano ridotto ad una larva umana.

Oggi sono qui non solo perché invitato, ma perché questa mia testimonianza serva a tutti per ricordare una pagina delle più tristi della seconda guerra mondiale e perché “i giovani sappiano e gli anziani ricordino” l’orrore della guerra.

Come vedete, dopo tante sofferenze, si può rinascere e il mio impegno, dopo la liberazione, è continuato nell’ambito dell’attività sindacale, civile e sociale che cerco ancora di portare avanti, perché voi giovani non siate costretti a vivere i periodi bui vissuti da me e perché mai più vengano calpestati i diritti dell’uomo.

 

Grazie Ambrogio Colombo

 

 

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