Vincenzo Gigante

Vincenzo Gigante

un eroico figlio del popolo

Ristampa anastatica dell’opuscolo riguardante il discorso commemorativo tenuto dal sen. Umberto Terracini in Brindisi il 7 dicembre 1952. E noi amiamo questa Repubblica, se noi ne difendiamo e difenderemo la Costituzione, è anche perché sentiamo scorrere in essa, ispiratore, il pensiero di Vincenzo Gigante; è perché essa può vivere e operare e progredire solo facendosi custode ed erede del glorioso patrimonio di virtù e di affetti che animò in tutta la sua azione di operaio, di organizzatore e di partigiano Vincenzo Gigante.” Queste sono le parole conclusive del il discorso commemorativo svolto a Brindisi nel 1952 da Umberto Terracini in onore di Vincenzo Gigante.La ristampa dell’opuscolo del discorso commemorativo svolto da Umberto Terracini senatore e “padre della Costituzione e padre della Repubblica” dal titolo : “Vincenzo Gigante un eroico figlio del popolo” , è un minimo atto che la ricostruita ANPI di Brindisi sentiva dover fare, per onorare il valore e la persona di Gigante, per non dimenticare, perché è compito dell’ANPI quello di far conoscere cosa fu la Resistenza, l’antifascismo, la liberazione, ma anche far conoscere quello straordinario impegno collettivo che è la nostra Costituzione. Che deve essere valorizzata e soprattutto attuata.

Non si vivono nel Paese tempi buoni, il degrado è sotto gli occhi di tutti. I continui attacchi alla magistratura, alla corte costituzionale, alla scuola pubblica, in un clima di perenne di demagogia, di razzismo xenofobo e disinformazione, questi sono segnali di una pericolosissima deriva della democrazia.

Tale situazione assegna all’ANPI un ruolo di vigilanza, di difesa attiva dei valori su cui si fonda la nostra Repubblica.

 

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L’eccidio di Barletta

Quei morti dimenticati

dalla storia ufficiale

di MARIO PIRANI

Fucilazione dei vigili urbani di Barletta

“In quei giorni del settembre 1943 cittadini, uomini e donne, operai e studenti, si unirono spontaneamente ai soldati e agli ufficiali che si opponevano all’invasore. Ebbe inizio quell’unione di popolo che ha permesso all’Italia di resistere alla tragedia dell’occupazione e della separazione del territorio. Il filo dell’unità d’Italia non si spezzò”. Così si è espresso Ciampi il 10 settembre in occasione della celebrazione della difesa di Roma a Porta San Paolo, dove caddero 414 militari e 156 civili. Parole che ribadiscono concetti già sostenuti molte altre volte negli ultimi tempi, riassumibili in quelle brevi frasi con cui aprì il discorso pronunciato il primo marzo scorso a Cefalonia, ricordando i 6.500 trucidati della Divisione Acqui: “Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia”.

Con queste ed analoghe iniziative – citiamo le commemorazioni della brigata Majella a Sulmona e degli scontri di Piombino – il presidente della Repubblica ha portato a livello di diffusa coscienza nazionale una esigenza, in un primo tempo circoscritta all’ambito storico-giornalistico, che s’imperniava in un irrisolto quesito. Se, cioè, la Resistenza andasse richiamata essenzialmente alla matrice partitico-antifascista, con una dimensione popolare significativa ma relativamente ridotta, che ebbe modo di estrinsecarsi nel Centro-Nord a partire dall’inverno ’43-’44 fino al 25 aprile ’45, così come la storiografia ufficiale ha per un cinquantennio affermato, oppure quel movimento di riscatto e di rinascita ebbe inizio – e, quindi, anche dimensione qualitativa e politica – nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, con tutti quei fatti d’arme, grandi e piccoli, che testimoniarono la fedeltà al giuramento, almeno da una parte significativa delle Forze armate?

Ed ancora: in quello scorcio di tempo, susseguente l’armistizio, quando molte regioni meridionali erano ancora sotto una occupazione tedesca, spietata e vendicativa, questa non generò forse numerosi e significativi moti di ribellione e aneliti di libertà, soffocati nel sangue con stragi efferate, in Campania, in Abruzzo, nelle Puglie, a dimostrazione che il Mezzogiorno non fu affatto indifferente e assente, come fino ad oggi si tende a credere? I lettori di tenace memoria rammenteranno forse che due anni orsono (la Repubblica, 15 settembre 1999) sollevammo la prima questione, cercando, nell’ambito delle nostre modeste possibilità, di far uscire dall’oblìo l’eccidio di Cefalonia. Quell’articolo dette impulso ad altre testimonianze sull’operato valoroso di molte unità dell’Esercito e della Marina, come anche sull'”altra resistenza”, quella dei 600.000 militari internati in Germania, i quali, malgrado le durissime persecuzioni (non pochi i trucidati), rifiutarono in grandissima maggioranza di aderire alla repubblica di Salò. Episodi terribili, eroismi commoventi, sacrifici individuali e collettivi sono emersi da questo affluire di testimonianze e ricordi. Su questa scia le Forze armate hanno recuperato un filone di orgoglio che la catastrofe aveva completamente cancellato, col suggello di quella teoria sulla “morte della Patria” che non lasciava scampo ad alcuna rivisitazione e ripensamento.

Ora, proprio la scesa in campo di Ciampi, con i suoi ripetuti e insistenti richiami, ha indotto almeno una parte dell’opinione pubblica ad una visione opposta dell’8 settembre (“in quei giorni la Patria rinacque nella nostra coscienza…. la dissoluzione dello Stato fu un trauma spaventoso al quale sentimmo di dover reagire… gli italiani devono qualcosa a tutti coloro che dopo l’8 settembre reagirono… non furono pochi… grazie a loro l’Italia è rinata… l’anelito di libertà e di giustizia, il sentimento di dignità nazionale si sono poi consolidati e hanno assunto espressione nella Costituzione repubblicana”). Come non cogliere il valore dirompente, nient’affatto retorico ma, se mai, in contro tendenza, del “viaggio nella memoria” che il presidente della Repubblica ha intrapreso e riproposto agli italiani? Davvero un’alta prova di revisionismo storico indispensabile, offerto soprattutto alle generazioni più giovani, succubi spesso di una ricostruzione distorta, settaria o riduttiva delle vicende nazionali. Ne sta uscendo, quindi, un quadro assai più completo e ricco su cosa avvenne in Italia dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Tanti attori ammutoliti riprendono a parlare, quasi sempre attraverso la testimonianza di chi è sopravvissuto o ha raccolto di persona il lascito dei suoi morti.

Tanti paesi che resistettero alla barbarie nazista, pagando conseguenze durissime, tornano a richiedere che quei sacrifici vengano rievocati per contribuire alla formazione di una coscienza civica consapevole della sua ascendenza. Quanti ad esempio hanno sentito fin qui parlare della battaglia e degli eccidi di Barletta (Bari)? E’ con commozione che l’8 settembre, appunto, accettando un invito del Comune, ho partecipato a una commemorazione-dibattito con un folto pubblico, soprattutto di studenti, che volevano sapere e che – molti per la prima volta – venivano a conoscere cosa era accaduto lì, nelle strade che tutti i giorni frequentavano. Un filmato, documenti e foto ripescati dagli archivi tedeschi, ricerche locali hanno raccontato di come, ricevuto alle due del mattino dallo Stato maggiore rifugiatosi a Brindisi l’atteso ordine di “considerare le truppe germaniche come nemiche”, il comandante del presidio di Barletta, colonnello Francesco Grasso, desse ordine alle sue poche e male armate truppe (si trattava soprattutto di reparti territoriali) di schierarsi a difesa della città.

Narra in proposito lo storico tedesco Gerhard Schreiber (encomiabile studioso, autore di importanti ricerche sull’occupazione germanica in Italia, tra cui La vendetta tedesca: le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori) che la Wehrmacht aveva deciso di trasformare Barletta in un caposaldo della linea di difesa che si stendeva dall’Adriatico al Tirreno, nei pressi di Salerno. All’uopo unità scelte della Prima Divisione paracadutisti si diressero per occupare la città e il porto ma, con grande sorpresa dei generali comandanti e dello stesso feldmaresciallo Kesserling, l’attacco fallì per la strenua resistenza dei soldati italiani che distrussero quattro carri armati, due autoblindo e fecero 150 prigionieri fra gli attaccanti. Solo dopo due giorni di battaglia, con l’ausilio di nuovi reparti corazzati e di un pesante bombardamento aereo e terrestre, i tedeschi riuscirono a sfondare.

Di fronte alla minaccia di far saltare la città intera, il colonnello Grasso, che con i reparti residui si era chiuso a difesa all’interno del castello, accettò di arrendersi e venne deportato in un lager fino alla fine del conflitto. I caduti italiani furono 71 (37 militari e 34 civili), le rappresaglie spietate. Un ragazzino di 14 anni venne finito con una revolverata alla testa di fronte alla madre per aver tirato un sasso. Una donna venne uccisa per aver traversato col suo carretto la strada dove passava una colonna di paracadutisti. Ma l’atto più nefando fu l’esecuzione di undici guardie municipali e di due netturbini, catturati nei locali del municipio e messi a morte per rappresaglia. Altri venti cittadini persero la vita nei giorni seguenti nella caccia all’uomo intrapresa dai tedeschi per le vie della città. Nei confronti di Cefalonia, la battaglia di Barletta e il suo tragico esito hanno certamente dimensioni di gran lunga minori. Esso, però, dimostra ancora una volta, che, dove gli ordini vennero dati, i militari italiani non cedettero, da subito dopo l’8 settembre, innescando il movimento di resistenza all’occupazione nazista. Una resistenza che coinvolse anche la popolazione civile e che ebbe come primo teatro d’azione proprio il Mezzogiorno.

E’ sempre Schreiber a rammentare che il disarmo della Settima Armata italiana, che copriva l’area dal Garigliano a Termoli, riuscì solo grazie alla collaborazione del suo comandante in capo, generale Arisio, che accettò senza frapporre difficoltà le disposizioni di Kesserling: “Tuttavia numerose unità – scrive lo storico tedesco – opposero resistenza. Oltre a Barletta ricordo il sedicesimo reggimento costiero a Mondragone che rifiutò di deporre le armi e il suo comandante, colonnello Ferraiulo, con dieci suoi ufficiali venne fucilato. E’ doveroso ricordare la resistenza della guarnigione di Nola alla divisione corazzata Goering, conclusasi con l’uccisione del comandante del presidio, colonnello Ruberto, e di nove ufficiali del 48 artiglieria. Sempre l’11 settembre i tedeschi fucilarono a Castellammare di Stabia, dove gli italiani opponevano strenua resistenza, il comandante del presidio, colonnello Olivieri, e tre altri ufficiali.

Perché questi fatti sono stati cancellati dalla memoria degli italiani? Perché né gli storici di sinistra né i “nuovi storici” (preferisco denominarli così invece che revisionisti) non vi hanno dedicato alcuna riflessione? O, meglio, qualcuno vi è stato, ma chi lo ascolta? Intendo riferirmi alla recente nuova serie di Nord Sud, la celebre rivista meridionalista fondata da Francesco Compagna e con la collaborazione della nostra compianta Rosellina Balbi, che ha dedicato un numero unico (nov.-dic 1999) al Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra, a cura di Gloria Chianese, una seria studiosa dell’Istituto campano per la Storia della Resistenza. I saggi pubblicati ripercorrono, regione per regione, una mappa fitta di eroismi e di orrori. Se ne analizzano anche le ragioni di rimozione dalla memoria storiografica o, anche, la riduzione alle sole Quattro giornate di Napoli, in qualche modo inserite come moto spontaneo – e, perciò, “diverso” – nella vicenda generale della Resistenza “in senso proprio”.

Un ribaltamento della verità e una mortificazione del ricordo da addebitare alla svalutazione della resistenza militare, da un lato, e alla colpevole ignoranza dei mille episodi che segnarono le prime rivolte di popolo in quelle terre. Ora gli studiosi di Nord Sud, con un certosino scavo documentario, ci trasmettono una realtà tutt’altro che grigia e agnostica. Una cartina sui fatti d’arme e gli eccidi avvenuti tra il settembre e il dicembre del ’43 traccia una mappa con almeno un centinaio di località di Calabria, Lucania, Puglie e Campania forse persino più fitta di quelle dell’Emilia o del Piemonte. Solo che su di esse è calato il silenzio.

Chi è più al corrente che a Matera il 21 settembre scoppiò una vera insurrezione popolare, alimentata dalle armi distribuite da un ufficiale, Francesco Nitti, che accelerò la ritirata dei tedeschi, i quali, però, prima di andarsene, fecero esplodere la caserma con 21 ostaggi? Chi rammenta che, sempre in Lucania, a Rionero in Vulture la popolazione assaltò un magazzino militare e, dopo una settimana, scattò la rappresaglia, alla quale, per la prima volta, accanto ai tedeschi, partecipano le milizie repubblichine che mitragliano 18 civili? E l’Abruzzo-Molise che conta l’insurrezione di Lanciano, l’eccidio di Pietransieri, caposaldo della linea Gustav con 110 vittime, la battaglia di Bosco Matese del 25-26 settembre, dove le prime bande partigiane mettono alla frusta reparti alpini tedeschi, appoggiati da artiglieria pesante? Il bilancio finale della Regione sarà di centinaia di caduti, 1.600 deportati e un coinvolgimento di 6.000 partigiani, suddivisi in quarantotto bande.

Ancor più sanguinosa la repressione in Campania. Le deportazioni, le razzie, gli incendi cui si abbandonano le truppe naziste alimentano la rivolta. Da Castellammare a Ponticelli, da Scafati a Nola, da Marano a Mugnano, da Acerra ad Orta d’Atella, da Santa Maria Capua Vetere a Capua si susseguono gli scontri, le rivolte, le ribellioni cui partecipano popolani e gruppi militari sbandati. In particolare la Terra di Lavoro, dove la Wehrmacht approntò ben tre linee difensive: la “guerra ai civili” si lasciò alle spalle una scia di ben 709 trucidati (83 donne e 626 uomini) di tutte le età, dai dieci mesi agli 87 anni. Duecentotrenta sono contadini. La maggior parte cade in seguito ad atti di sabotaggio, alla uccisione o al ferimento di soldati tedeschi o in veri e propri conflitti a fuoco. Duecento perdono la vita nel tentativo di sottrarsi ai rastrellamenti, per non aver rispettato il coprifuoco o per aver violato i bandi di evacuazione dei loro paesi. Un episodio fra i tanti: a Bellona, la sera del 6 ottobre, un giovane lancia una bomba per difendere alcune ragazze pesantemente molestate dai granatieri germanici. Un tedesco cade morto. Il giorno seguente più di cento uomini vengono catturati, rinchiusi in una cappella e, a gruppi di dieci, condotti ad una cava di tufo, dove saranno mitragliati, ad eccezione degli ultimi tre gruppi che in extremis sono risparmiati. Dopo l’esecuzione le pareti della cava furono fatte saltare, con un precedente che verrà ripreso alle Ardeatine. Il 17 ottobre con l’arrivo degli anglo-americani l’eccidio sarà scoperto e le vittime dissepolte. Tutto ciò non ha forse il diritto di essere chiamato Resistenza e di entrare finalmente a far parte della memoria storica degli italiani?

(la Repubblica, 16 settembre 2001) fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza4b.htm