L’OMICIDIO A BARI DI BENEDETTO PETRONE, OPERAIO COMUNISTA, 18 ANNI

Perché è importante ricordare l’omicidio fascista di un ragazzino. Era il 1977. I fatti, le reazioni e la debole memoria nel resto del Paese di un assassinio politico avvenuto al Sud

 

Benny è morto da molto tempo, ucciso a coltellate dai vigliacchi fascisti. Benny, quel ragazzino di Bari vecchia, sempre sorridente e che oggi avrebbe avuto 61 anni, invecchiando con noi della sua generazione, quelli che credevano (come dovrebbe accadere a tutti i ragazzi) di conquistare il cielo, la giustizia sociale, la felicità corale, vive sempre nella coscienza e nella mente degli antifascisti e dei democratici nonostante siano trascorsi 43 anni da quel vile agguato. Anche quest’anno, come ogni 28 novembre, si è svolta a Bari una piccola ma intensa cerimonia, sulle note di un violino che suonava Bella Ciao. C’erano il sindaco di Bari, Antonio De Caro, la sorella di Benny, Porzia, gli antifascisti.

Allora cerchiamo di raccontare che cosa accadde quel 28 novembre del 1977 a Bari. E’ necessario ricordare perché in questi tutti i testi di bravi e accurati storici di quegli anni di nuova Resistenza ovunque, le vittime dei fascisti del Sud dell’Italia vengono spesso dimenticate. Il nome di Benedetto Petrone non c’è quasi mai. Destino amaro del Sud. E Benny, che ci ha lasciato una foto in cui sembra un giovanissimo Che, non merita di essere dimenticato fuori dai confini della Puglia. Va conosciuto e ricordato anche a Milano, Bologna, in Trentino, in Veneto, a Roma… ovunque. La memoria deve essere completa, senza omissioni.

L’AGGUATO

1977. Le Brigate rosse uccidevano, ma continuavano ad essere attive anche le squadre di killer fascisti e morivano ancora militanti comunisti. La sera di lunedì 28 novembre di quell’anno un commando di esponenti del Movimento sociale italiano, partito all’epoca parlamentare, accoltella e uccide a Bari, in pieno centro, davanti alla Prefettura e tra tantissimi passanti, Benedetto Petrone. Quel ragazzo aveva 18 anni ed era iscritto alla Fgci. Frequentava la sezione del Pci di Bari Vecchia, dove abitava, era il quinto di nove figli. Per aiutare la famiglia, aveva lasciato gli studi. Lavorava come operaio edile. Zoppicava, perché da bambino, si era ammalato di poliomielite. Non poteva correre, un “vantaggio” per una squadra ben organizzata ed equipaggiata di fascisti del Fronte della Gioventù usciti dalla sede del Msi per “fare male” al primo comunista che avrebbero incrociato (accadeva spesso anche in quei mesi), compreso Benedetto che non poteva né difendersi, né fuggire. Una vigliaccata. Questa la cronaca, ricostruita sulla base di testimonianze. Sono le 19,30. Gaetano Rossini, simpatizzante della Fgci, sta rientrando a casa a Bari Vecchia. Su corso Vittorio Emanuele viene aggredito da un gruppo i fascisti armati di coltelli e bastoni. Lui fugge e si rifugia a Bari Vecchia. I clienti di un bar del quartiere impediscono ai missini di entrare in “casa loro”. Rossini avverte i compagni della sezione e trova Benedetto e Franco Intranò, 16 anni. I giovani militanti escono da Bari Vecchia: vogliono far capire ai fascisti che non hanno paura. Sono disarmati. Non trovano nessuno. Ma alle 20,30 appare il commando. I missini si calano il passamontagna sul volto e, al grido “bastardi rossi”, danno il via alla carica. Erano troppi. I ragazzi fuggono di nuovo verso Bari Vecchia. Benedetto non riesce a correre come gli altri. Il sedicenne Franco se ne accorge e torna indietro. Un fascista intanto aveva già raggiunto Benedetto e gli aveva conficcato un coltello nel ventre. Franco tenta di strappare via il compagno da quella morsa. Il fascista tiene il suo amico stretto e spinge sempre più in fondo il coltello. La volontà omicida c’è tutta. Poi estrae l’arma sporca di sangue e ferisce Franco sotto l’ascella. Benedetto è ormai a terra. I missini continuano a colpirlo con i bastoni. Se ne vanno. Arriva la polizia. Franco, ferito, viene portato in ospedale assieme a Benedetto. Ma per il diciottenne non c’è più nulla da fare.

LE REAZIONI

Parte della classe politica, come sempre, vuol far passare la tesi degli opposti estremisti e liberare il Msi dal “peso” di questo omicidio parlando genericamente di estrema destra. Ma le responsabilità del Movimento sociale emergono tutte. Esplicativi sono i titoli della Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicati a poche ore di distanza l’uno dall’altro. I giornalisti del turno di notte si rendono conto della gravità della situazione e il giornale esce con questo titolo in prima pagina: “Squadraccia missina uccide a Bari giovane comunista”. Ma quella stessa mattina del 29 novembre va in edicola una seconda edizione. Il titolo viene cambiato e diventa più ambiguo nei confronti del Msi: “Feroce aggressione a Bari: giovane comunista ucciso da estremisti di destra”. Solo nel catenaccio si scrive che gli aggressori “sarebbero” (condizionale) iscritti al Msi. Le pressioni politiche erano già arrivate a destinazione. Sempre il 28 novembre sera militanti, tanti, si riuniscono in piazza Prefettura. Il Pci organizza una manifestazione per il giorno successivo. Forte è la tensione tra le forze della sinistra extraparlamentare, dal Movimento lavoratori per il Socialismo (Mls) a Lotta continua, a Democrazia proletaria. Si riunisce anche la Flm, la Federazione unitaria dei metalmeccanici, che indice per il giorno dopo uno sciopero aderendo al corteo. Cgil e Uil dicono subito sì, la Cisl nicchia. Alla fine lo sciopero viene indetto formalmente solo dalla Flm. In realtà vi partecipano tutti. C’è dolore e rabbia. Nessuna paura. I giovani di quegli anni la relegavano in angoli lontani dell’inconscio, schiacciata come era dalla sete di giustizia. Quarantatre anni fa neanche la fantascienza più sfacciata avrebbe immaginato i social, il web, i messanger, gli smartphone, whatsapp. Ma tutto questo non serviva. Erano in campo le citofonate, i tam tam, l’empatia, la solidarietà, il vivere in una battaglia corale per un futuro migliore. Era il popolo antifascista di tutte le età, erano idealmente i figli e i nipoti dei partigiani che avevano liberato l’Italia pochi decenni prima. Tutta la Puglia si riversò su Bari.

Martedì 29 si troveranno in piazza oltre 30mila persone: tante tute blu, tanti studenti. Quasi mille ragazzi, mentre raggiungono il corteo principale dalle scuole di periferia, fanno irruzione nella sezione fascista Passaquindici. Durante il corteo viene assalita la sede del sindacato Cisnal. Secondo alcuni testimoni, la polizia sparò ad altezza d’uomo. Manifestazioni di protesta per Benedetto, quel giorno, si svolsero in tante città, da Roma a Milano, Torino, Genova, Firenze e Bologna sino a Napoli, Palermo e Catania.





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I PROCESSI

Viene incriminato per l’omicidio Giuseppe Piccolo, che è subito latitante. Arrestati per favoreggiamento altri commilitoni. Ma andiamo oltre questo terribile 1977, con brevi note. Nel gennaio del 1978, intanto, inizia il processo per il ricostituito partito fascista: quindici imputati, tra i quali gli assalitori di Benedetto, giudice Nicola Magrone. Tra le parti civili l’Anpi e l’Mls. Ma i tempi sono bui. Solo 6 vengono condannati per attività fasciste. Il 13 novembre del 1978 si apre il processo per l‘assassinio di Benedetto Petrone. Piccolo è ancora latitante, gli altri sette fascisti sono imputati per favoreggiamento. L’assassino, dal quale il Msi tentò di prendere le distanze (“ambiguo e mentalmente instabile”) fu rintracciato in Germania ed estradato nel 1979. Il processo durò due anni e si concluse con la condanna di Piccolo a 22 anni. Esagerati sconti di pena per i complici. Giuseppe Piccolo si tolse la vita nel 1984 nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. E questa è la cronaca in breve.


 

 

 

 

 

 

 

LA MEMORIA

Il cantautore Enzo Del Re compose la canzone Benedetto nei giorni immediatamente successivi al 28 novembre 1977. Furono pubblicate due edizioni dello stesso libro: Nicola Signorile e Pasquale Martino, Le due città – i giorni di Benedetto Petrone, Bari, 1978. Nicola Signorile e Pasquale Martino, Le due città – i giorni di Benedetto Petrone, a cura di Nico Lorusso e Ignazio Minerva, San Cesario di Lecce, Manni Editori, 2007.

Fu girato un documentario “Benny vive” del registra Francesco Lopez, catenaccio “La storia di un ragazzo della città in cui viveva, dell’epoca in qui è morto”, anno 2007. Il 17 dicembre 1977, viene deposita una lapide, senza autorizzazione, in piazza Prefettura. C’è scritto “In questa piazza il 28 novembre 1977 una squadraccia missina uccise Benedetto Petrone, 18 anni, operaio comunista. Gli antifascisti di Bari”. Due anni dopo fu distrutta, probabilmente dai fascisti.  Fu subito ricollocata, ma il testo antifascisti di Bari fu sostituito on “i democratici e gli antifascisti di Bari” e la dizione “18 anni, operaio, comunista” con “operaio comunista 18 anni”. Mai più toccata da allora. Il Comune di Bari ha intestato una strada a Benedetto Petrone qualificando il ragazzo “come vittima della violenza neofascista” contro il parere della Società di Storia Patria che considera il fascismo finito nel 1945. Sbagliando clamorosamente. I fascisti c’erano ancora, i neofascisti pure. E ci sono anche oggi. Cellule dormienti di un cancro che si è risvegliato in Italia come altrove. Accade quando la giustizia sociale fa acqua. Accade quando la Costituzione non viene applicata, quando all’emergenza sociale e democratica si aggiunge, come oggi, quella sanitaria. Il fascismo e il razzismo oggi possono trovare terreno fertile. La memoria della Resistenza prima e di quella nuova Resistenza degli anni di Benedetto Petrone, è essenziale per spingerci ad agire in modo corale per la giustizia sociale, la libertà, la democrazia, la solidarietà, la pace. Lo dobbiamo a tutti coloro che sono morti nella Resistenza per darci democrazia e libertà. Lo dobbiamo anche a Benny, quel ragazzo barese di 18 anni che, sull’asfalto bagnato in quel giorno di pioggia del 28 novembre di 43 anni fa, non riuscì a correre per sfuggire ai suoi carnefici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Tea SISTO pubblicato su “Patria Indipendente”  martedì 8 dicembre 2020

 

Lo sportello per migranti presso la sede  Anpi

Bilancio della prima fase

Nella sede provinciale  dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Brindisi, nel pieno centro della città, è stato  aperto uno sportello informativo a sostegno dei migranti, che non sapevano a chi e dove rivolgersi. Lo sportello, nella sua fase iniziale è servito a dare tutte le informazioni riguardo le nuove disposizioni normative in materia di rinnovo, conversione del permesso di soggiorno e compilazione dei kit per rilascio permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Il tutto finalizzato non solo alla sanatoria per la regolarizzazione dei lavoratori irregolari, ma anche a garantire ogni altra informazione sull’immigrazione in generale.

L’idea dello sportello era stata proposta  della Comunità africana brindisina con il suo presidente, Drissa Kone, il Comitato provinciale dell’Anpi di Brindisi, l’aveva accolta con convinzione.

Inoltre c’è da considerare che ai migranti la città “ non offre servizi pubblici capaci di accogliere domande che richiedono conoscenze specifiche di cui risultano sprovvisti anche altri servizi (ad esempio CAF, patronati, ecc.), per non parlare di Livelli Essenziali di Prestazioni Sociali, come un pronto intervento sociale con la possibilità di intervenire in qualsiasi momento per urgenze personali e familiari a beneficio di tutti gli abitanti del territorio, così come accade in altre città.”  In un’occasione “i volontari hanno assistito per un’intera notte una famiglia nigeriana aspettando l’intervento delle istituzioni locali.”


 

 

 

 

 

 

Lo sportello a partire dalla data d’inizio del 19 giugno 2020 è stato tenuto aperto tutti i venerdì e i sabati, dalle ore 15 alle ore 18,30,. Allo sportello hanno aderito volontari a titolo gratuito quali  avvocati, consulenti e mediatori culturali e linguistici esperti di immigrazione, primi tra tutti i volontari della stessa Comunità Africana.

Il servizio dello sportello è stato  avviato, nel rispetto delle normative Covid 19, con  l’utilizzo  di disinfettanti, mascherine e distanziamenti, a garanzia della sicurezza degli operatori volontari e di tutti gli utenti.

L’Anpi Brindisi da molto tempo lavora in rete con altre associazioni,nel campo della solidarietà che delle battaglie per il rispetto dei diritti, nell’esperienza  specifica dello sportello informativo dei migranti oltre che con la Comunità africana si sono state attivate la stessa Anpi, Community Hub, l’Arci, l’Associazione Voci della Terra e il Forum per cambiare l’ordine delle cose, e una serie di bravissime professioniste volontarie.


 

 

 

 

 

Le attività dello sportello informativo dei migranti della Comunità africana presso la sede di ANPI Brindisi sono continuate sino a sabato 7 novembre, dopo quella data, per comprensibili motivi, ci  si è dati una pausa che durerà fino alle disposizioni del nuovo Dpcm. Troppi sono i rischi per la salute di volontari e utenti per un virus che ci è sempre più vicino che si aggiungono all’impossibilità, per decreto, di migranti residenti in altri comuni di raggiungere Brindisi. Ma nessuno è stato e sarà lasciato solo.

Lo sportello informativo dei migranti della Comunità africana presso la sede di ANPI Brindisi in questi mesi ha trattato e gestito problematiche tra le più disparate quali: il rinnovo dei permessi di soggiorno; la contrattualizzazione di lavoratori migranti con imprenditori disponibili a farlo; il sostegno e la compilazione di curricula per chi ricercava lavoro; la ricerca di case in affitto; i ricongiungimenti familiari; l’intervento in situazioni di disagio all’interno di alcuni Cas (centro di accoglienza stranieri); aiuto e consulenza su varie documentazione tra cui il mancato rilascio del Codice Fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate, oltre che interventi e assistenza su situazioni di emergenza tra le più diverse.

“Lo Sportello Migranti ha registrato più di 150 accessi e un numero sicuramente superiore di richieste. Bisogni che altrimenti sarebbero rimasti inespressi da una parte e sconosciuti dall’altra. Uno degli elementi caratterizzanti dello Sportello, infatti, è la compresenza di volontari di diversa nazionalità e competenze, un mix che risulta accogliente e stimola una relazione con le persone che va al di là della richiesta e del tentativo di supporto.”

 



 

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