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Fascismo e Omosessualità

 

In occasione della manifestazione del Pride pugliese nella città di Brindisi si pubblicano alcune significative pagine su uno dei temi oggetto della manifestazione: Fascismo e Omosessualità.

Sull’argomento è interessante ricordare il lavoro pubblicato nel lontano anno 1986  nella rivista Babilonia “mensile di cultura e seduzione Gay” che faceva uscire tra aprile e maggio due articoli dedicati all’argomento. La cosa è stata possibile grazie alla documentazione nel fondo Mario Merico-ATTIKA contenuto nell’Archivio storico Benedetto Petrone custodito presso la sede ANPI di Brindisi.

Una premessa per affrontare il tema è necessaria: il regime fascista perseguitò gli omosessuali anche se il codice Rocco non conteneva alcuna norma contro l’omosessualità. Di conseguenza la repressione dell’omosessualità veniva affidata all’intervento della polizia che ne sottoponeva i casi alle  apposite e diverse Commissioni provinciali ciascuna  costituita dal prefetto, il questore, il comandante dei carabinieri, il capo della milizia fascista e il procuratore del re. La Commissione provinciale esaminava e comminava i provvedimenti repressivi relativi che andavano dalla diffida all’ammonizione sino al confino di polizia.  Furono circa 20.000 le misure di ammonizione nei riguardi di omosessuali. A molti omosessuali fu imposta la pena del confino quasi sempre in isole italiane ed in particolare presso le Tremiti.

Di seguito si pubblica stralci significativi dei due numeri 35 e 36 della rivista Babilonia scritti da Giovanni Dall’Orto, il primo articolo con il titolo era “Per il bene della razza al confino il pederasta” e l’altro apparso nel numero seguente titolava: “credere, obbedire, non «battere»”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’incipit per i due articoli di Babilonia era: Per la prima volta riportati alla luce i documenti sulla persecuzione degli omosessuali durante il fascismo. Per iniziativa dell’Arci-gay importanti testimonianze umane e storiche, finora inedite, vengono messe a disposizione di tutti.

L’autore in precedenza aveva lamentato la mancanza di qualsiasi studio sulla repressione degli omosessuali durante il Ventennio. Infine avendo in passato l’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti (ANPPIA) svolto un’impressionante opera di ricerca e catalogazione di confinati, aveva messo lo schedario  a disposizione del Dall’Orto e gli aveva consentito di individuare 82 fascicoli di omosessuali.


Di seguito si pubblicano stralci dei due articoli:

“Va innanzi tutto detto che gli 82 fascicoli che gli studiosi possono consultare rappresentano solo una minima parte del materiale conservato presso l’Archivio. (…) dispersa fra le oltre 20.000 pratiche di «ammonizione» (comminata agli omosessuali con maggiore frequenza del confino), su cui nessuno ha ancora fatto un lavoro di ricerca(…).

“tutti i processi esaminati risalgono agli anni 1938-1939, quando gli omosessuali furono classificati come «detenuti politici», per effetto delle nuove leggi sulla «difesa della razza» che il fascismo aveva promulgato scimmiottando quelle tedesche. Viceversa, i fascicoli precedenti al 1936 sono classificati fra quelli per reati comuni, e non sono consultabili prima di 70 anni dalla sentenza.”

“Ciò rende sufficientemente completo il quadro dell’Italia «diversa» del periodo fascista. C’è veramente di tutto: il contadino e il sacerdote, l’analfabeta e il funzionario, il pedofilo e il prostituto, il meridionale e il settentrionale, il travestito e la «velata». Complessivamente, credo che il campione a mia disposizione fosse veramente molto ricco ed articolato, tale da fornire un’immagine che posso definire «completa».”

 

“Quello che il confino puniva (…) non erano (…) azioni delittuose (come potrebbero essere le attività mafiose, per cui era comminato il confino «comune») ma la semplice presunzione della «diversità». Lo si nota ad esempio nel caso di Barbaro M., che viene condannato l’8 maggio 1939 a ben 5 anni di confino perché in paese (in provincia di Catania) «si dice» che sia omosessuale, in quanto «veste in modo effeminato» e frequenta cattive compagnie. Nessun atto preciso può essergli contestato: prove della sua «colpevolezza» sono solo la vox populi, e un discutibile esame (…) compiuto da un medico che sentenzia «dedito alla pederastia passiva»!?).”

 

“La vita al confino era difficile. Il regolamento delle Tremiti imponeva di “darsi a stabile lavoro”, ma che lavoro si trovava nelle boscose isole che contavano “ben” 400 abitanti in tutto? Nel 1940 lo stato passava 4 lire al giorno ad ogni confinato, ma un chilo di fagioli costava 5 lire, ed un chilo di pane ne costava 2,40. Il sogno di tutti i confinati era perciò quello di essere trasferiti in un comune di terraferma, dove esistesse qualche opportunità di lavoro.
Quasi nessuno ci riuscì.”

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Emblematica è la relazione del Questore di Catania autore sin dal 1939 una rabbiosa campagna contro i «pederasti» e che spedì al confino in un sol colpo 20 omosessuali di Catania, e 9 di Paternò, giungendo a dichiarare persone «pericolosissime per l’ordine sociale» persino ragazzi di 18-19 anni. Di seguito si riporta la relazione del Questore di Catania:

«La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché giovani finora insospettati ora risultano presi da tale forma di degenerazione sia passiva che attiva, che molto spesso provoca anche mali venerei. In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo accompagnassero pubblicamente giovani amanti od avventori. Il pederasta ed il suo ammiratore preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati, non solo dai più timidi, ma anche da quelli che passavano per audaci o senza scrupoli, ma che in fondo erano di sana moralità. Oggi si nota che anche molte spontanee e naturali repugnanze sono superate e si
deve constatare che vari caffè, sale da ballo, ritrovi (balneari e di montagna, secondo le epoche) accolgono molti di tali ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi ed abbrutendosi.

Questo dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato l’attenzione della locale Questura che è intervenuta per stroncare o, per lo meno, arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale e che è esiziale alla sanità ed al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati si sono dimostrati insufficienti.
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata negli esercizi pubblici e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna. Perché infatti i pederasti fatti più cauti per eludere la vigilanza della Pubblica Sicurezza ricorrono ad una infinità di ripieghi.

I più abbienti mettono su quartini mobiliati con gusto civettuolo ed invitante, i più poveri per spirito di emulazione e per non essere da meno, ricorrono ai più disparati espedienti, non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere anch’essi su una casa ospitale. Tutti poi, per vanità, per piccole gelosie, menano vanto delle conquiste fatte, che tendono a mantenere a prezzo di qualsiasi sacrificio.

I giovani per altro – quando non espressamente invitati – sono sospinti in quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall’insidioso desiderio di fumarvi gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo avere visto, hanno voluto poi provare, sicché vi sono sempre ritornati.
E tale presa di contatto, anche quando non sfugge alla polizia, non può in ogni caso essere impedita, pur prevedendosene gli sviluppi e le ultime conseguenze.
Ritengo, pertanto, indispensabile nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire – con provvedimenti più energici – perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di Polizia, da adottarsi nei confronti dei più ostinati, fra cui segnalo….»




 




 

 

 

 

In altri casi si riscontrano tratti comici sen addirittura boccacceschi come nel caso  del gestore di una trattoria in Eritrea che intratteneva relazioni con un indigeno, di seguito il verbale di uno dei carabinieri:

 

“Una sera del dicembre 1937, mentre rivestivo il grado di zaptié, fui comandato verso le 21, assieme al carabiniere C
Ignazio, di appiattamelo all’abitazione di un nazionale di nome Otello, per verificare se col connazionale medesimo andava a passare la notte un ragazzo indigeno, certo Abraha G. La stanza da letto del nazionale aveva due porte. A guardia di una si mise il carabiniere, e a guardia dell’altra mi misi io. (…).Verso le quattro o quattro e mezzo il comandante la stazione si diresse alla porta alla quale vigilava il carabiniere e bussò ripetutamente. L’Otello domandò spaventato che cosa c’era e quando gli fu risposto “Carabiniere” disse di attendere un momento che avrebbe acceso la candela. Egli invece, al buio, venne ad aprire la porta chiusa a chiave, alla quale ero io di sorveglianza, per fare uscire l’Abraha, che io fermai puntandogli la pistola. L’Abraha aveva indosso solo una maglietta corta e mi disse che voleva uscire per orinare (…). Sapevo da tempo che tra l’Otello e l’Abraha correvano rapporti di pederastia e ciò era notorio sia ai nazionali che agli eritrei. L’Abraha vestiva bene e non faceva niente. Quando si allontanava da Adi Quala, l’Otello andava a cercarlo, e mi risulta che una volta andò fino ad Adi Caiek per farlo ritornare in sua compagnia. A quei tempi, poi, la popolazione eritrea cantava canzoni di scherno all’indirizzo dei due immorali. Uno diceva così: Chilè sciucòr uodì  fitaurari mehacor, che in italiano vuol dire: “un chilo di zucchero, figlio di fitaurari vende il culo”.

 

Giovanni Dall’Orto di seguito sostiene che dalla sua indagine emergevano due Italie sul doppio binario:

“L’immagine che viene emergendo dai documenti è quella di una Italia “diversa” che procede su un doppio binario. Se da un lato troviamo, nelle grandi città, una sottocultura strutturata con i “suoi” luoghi canonici di incontro (bar, sale da ballo, gabinetti pubblici, parchi) dall’altro emerge la grande massa degli omosessuali che vive in piccoli centri (non dimentichiamo che l’urbanizzazione di massa in Italia risale al dopoguerra) e che si arrangia seguendo altri schemi culturali e di comportamento.”

L’autore negli articoli distingue L’omosessualità rurale e l’omosessualità mediterranea, che definisce e racconta in modo articolato.

Infine a dimostrazione che anche sull’omosessualità passava una linea di distinzione che il regime adottava tra ricchi e meno abbienti, viene  raccontato il caso de Il professore Ottone Rosai, pittore protetto dal regime:

 

 

 


“Sulla base delle dichiarazioni dell’U. è risultato che il nominato M. Alberto ed il pittore Rosai Ottone sono anch’essi pederasti. Alle contestazioni che sono state loro mosse si sono mantenuti reticenti, ma i particolari emersi non possono lasciare dubbi di sorta:l\’U, ha precisato al riguardo che il M. ha avuto più volte rapporti contro natura con lui e con il nominato S.  nella stessa sua abitazione nonché altrove, e che il pittore Rosai dopo averlo visto appena una volta alle Cascine, aveva voluto assumerlo come modello, e da allora durante 5 06 mesi fino a poco tempo fa, si era mantenuto con lui in continua intimità abnorme”.

“Rosai ebbe una punizione decisamente mite: la diffida, che era il passo precedente l’ammonizione, e non comportava alcuna restrizione della libertà personale.”


Si allegano i PDF della rivista Babilonia n. 35 e 36 del 1986.

 




Sportello migranti bilancio di un anno di esperienza che continuerà nel nome dell’umanità e della giustizia sociale contro ogni disuguaglianza

 

 

 

 

 

In occasione del 20 giugno 2021 la Giornata Mondiale del Rifugiato è coincisa con la conclusione del primo anno di attività dello Sportello Informativo Migranti della Comunità africana di Brindisi e provincia nella sede del comitato provinciale dell’ANPI di Brindisi. (La Comunità Africana raduna molte delle associazioni dei Paesi del continente presenti nel territorio, dalla Nigeria, al Mali, dal Ghana alla Guinea, sino al Marocco e all’Egitto).

 

 

Un  anno fa, in piena emergenza sanitaria e sociale, lo Sportello Informativo sui  Migranti è stato aperto.  Per un anno intero, due volte alla settimana i preziosi volontari della stessa comunità africana e di altre associazioni (Voci della terra, Arci, Community Hub, spesso affiancati da Compagni di strada, Forum per cambiare l’ordine delle cose e Migrantes) con il sostegno attivo della stessa ANPI di Brindisi, hanno messo a disposizione dei molti migranti diversi volontari (a titolo totalmente gratuito)  come  avvocati, interpreti, psicologi, mediatori culturali, tutte persone, giovani e non, di buona volontà e pronte a riempiere un vuoto istituzionale a sostegno di chi è arrivato in Italia ed è rimasto in balia di ostacoli burocratici insostenibili e di leggi ancora imperfette se non decisamente ingiuste e discriminanti.

Tutti i volontari hanno messo in pratica una politica antirazzista, per il diritto alla mobilità e a una vita dignitosa. Una iniziativa  politica attiva e in “rete”, un pezzo importante di alleanza – la più ampia possibile – sui diritti,  che ha portato lo Sportello a essere riconosciuto come interlocutore credibile e rispettato dalle istituzioni locali, dal Comune e dalla questura attraverso l’apertura di tavoli di confronto per risolvere problemi. Un servizio gratuito riconosciuto dalla Prefettura di Brindisi che ha accettato di aprire tavoli di mediazione con le altre istituzioni per superare criticità che sembravano insormontabili. Lo Sportello è stato persino accettato dal Tribunale l’inserimento tra i suoi volontari di una persona sottoposta alla misura della “messa alla prova”, e anche questo è un riconoscimento chiaro il ruolo dello Sportello Informativo sui  Migranti. Tutti i canali di comunicazione con le istituzioni sono stati aperti. Non è accaduto ovunque in Italia che varie associazioni di migranti africani si riunissero in un’unica comunità per imporre l’autodeterminazione senza che altri tentino, anche in nome di una discutibile solidarietà, di “colonizzare”, di minare una sacrosanta autonomia.

Questo è il bilancio  dello Sportello dell’anno passato:

Questa è politica antirazzista, per il diritto alla mobilità e a una vita dignitosa. Una politica attiva di rete, un pezzo importante di alleanza – la più ampia possibile – sui diritti,  che ha portato lo sportello a essere riconosciuto come interlocutore credibile e rispettato dalle istituzioni locali, dal Comune e dalla questura attraverso l’apertura di tavoli di confronto per risolvere problemi. Un servizio gratuito riconosciuto dalla prefettura di Brindisi che ha accettato di aprire tavoli di mediazione con le altre istituzioni per superare criticità che sembravano insormontabili. Lo sportello presso ANPI ha persino accettato dal numero complessivo di persone assistite dai vari operatori volontari, all’interno e all’esterno dello sportello, 420.

Tipologia di Prestazioni rese:

  • pratiche in sanatoria 2020;
  • compilazione kit per rinnovo permessi di soggiorno;
  • pratiche per ricongiungimento familiare;
  • compilazione curriculum vitae;
  • collocamento di nuclei familiari e singole persone senza fissa dimora presso “casa Betania”, “casa della carita’ di Lecce”, istituti religiosi di Bari, centro di accoglienza notturna di San Pietro Vernotico e nel sistema SPRAR;
  • accompagnamento presso la Questura e il comune di Brindisi per disbrigo pratiche;
  • assistenza pratiche di rilascio codice fiscale o tessera sanitaria;
  • attività’ di ricerca di abitazioni e di attività’ lavorativa;
  • inserimento di persona sottoposta alla misura della “messa alla prova”;
  • accompagnamento e assistenza presso ospedali pubblici e ambulatori privati;
  • sostegno psicologico all’interno dello sportello a persone con disagio mentale;
  • assistenza e sostegno per il rispetto dei diritti negati nei centri di accoglienza;
  • richiesta di trasferimento pratiche da questue fuori sede a questura di brindisi;
  • richiesta di rifissazione udienza di ascolto presso la commissione territoriale di Lecce;
  • istanze reiterate;
  • disbrigo pratiche e raccolta fondi per il rimpatrio di n. 2 salme di cittadini stranieri di diversa nazionalità’;
  • organizzazione manifestazioni pubbliche per il riconoscimento dei diritti negati o per il miglioramento delle condizioni di vita dei migranti.

Di seguito  il testo del comunicato in tre lingue che un anno fa informava l’apertura dello Sportello:

SPORTELLO INFORMATIVO MIGRANTI

IMIGRANTS INFORMATION DESK

BUREAU D’INFORMATION DES MIGRANTS

***

Con la presente nota si informa che, a seguito dell’appello del Presidente della Comunità Africana di Brindisi Drissa Kone, una risposta positiva è arrivata dal Presidente dell’A.N.P.I. di Brindisi, Donato Peccerillo, che ha messo a disposizione la sede dell’Associazione Partigiani, in vico San Pietro degli Schiavoni n. 7. Quindi sarà aperto uno sportello informativo a sostegno dei migranti, che non sanno a chi e dove rivolgersi per tutte le informazioni riguardo le nuove disposizioni normative in materia di rinnovo, conversione del permesso di soggiorno e compilazione kit per rilascio permesso di soggiorno a tempo indeterminato; in particolare in materia di sanatoria per la regolarizzazione dei lavoratori irregolari, e per ogni altra informazione sull’immigrazione in generale.

Il servizio dello sportello sarà avviato, nel rispetto della normativa COVID-19, con guanti, mascherine e distanza, a garanzia della sicurezza degli operatori volontari e di tutti gli utenti, a partire dal 19 giugno e sino al 15 luglio 2020, per due giorni a settimana, venerdì e sabato, dalle ore 15,00 alle ore 18,30. La prosecuzione dell’attività dipenderà dalla disponibilità della sede e dalle necessità degli utenti.

I volontari, anche della Comunità Sant’Egidio di Brindisi, che opereranno presso lo sportello, saranno: avvocati immigrazionisti, consulenti esperti in materia di immigrazione e mediatori culturali e linguistici della stessa Comunità Africana.

Il Presidente della Comunità Africana ringrazia sentitamente il Presidente dell’A.N.P.I., e tutti i attivisti che lottano quotidianamente per la giustizia e la pace, e allo stesso modo ringrazia tutti coloro che hanno dato la disponibilità come volontari.

***

With this information note that, following the appeal of the President of the African Community of Brindisi Drissa Kone, a positive response came from the President of the A.N.P.I. of Brindisi, Donato Peccerillo, who made available the headquarters of the Partisan Association, in vico San Pietro degli Schiavoni n. 7. An information desk will therefore be opened to support migrants, which is not known to whom and where to contact for all information regarding the new regulatory provisions regarding renewal, conversion of the residence permit and compilation kit for the residence permit issued by indefinite time; in particular with regard to amnesty for the regularization of irregular workers, and for any other information on immigration in general. The counter service will be managed, in compliance with the COVID-19 regulation, with gloves, masks and distance, a guarantee of the safety of voluntary operators and all users, starting from June 19 and until July 15 2020, for two days per week, Friday and Saturday, from 15.00 to 18.30. The continuation of the activity will depend on the availability of the site and the needs of the users. The volunteers, also from the Sant’Egidio Community of Brindisi, who will work at the branch, will be: immigrant lawyers, immigration consultants and cultural and linguistic mediators of the African Community itself. The President of the African Community warmly thanks the President of the A.N.P.I., and all the activists who struggle daily for justice and rhythm, and in the same way thanks all those who have given their availability as volunteers.

***

Avec cette note, nous vous informons que, suite à l’appel du président de la Communauté africaine de Brindisi Drissa Kone, une réponse positive est venue du président de l’A.N.P.I. de Brindisi, Donato Peccerillo, qui a mis à disposition le siège de la Partisan Association, in vico San Pietro degli Schiavoni n. 7. Un bureau d’information sera donc ouvert pour aider les migrants, qui ne savent pas qui et où contacter pour toutes informations concernant les nouvelles dispositions réglementaires concernant le renouvellement, la conversion du permis de séjour et la compilation de kits pour la délivrance d’un permis de séjour temporaire. indéterminé; en particulier en ce qui concerne l’amnistie pour la régularisation des travailleurs irréguliers et pour toute autre information sur l’immigration en général.

Le service de guichet sera démarré, conformément à la réglementation COVID-19, avec gants, masques et distance, pour garantir la sécurité des opérateurs bénévoles et de tous les utilisateurs, à partir du 19 juin et jusqu’au 15 juillet 2020, deux jours dans la semaine, vendredi et samedi, de 15h00 à 18h30. La poursuite de l’activité dépendra de la disponibilité du bureau et des besoins des étrangers.

Les volontaires, également de la communauté Sant’Egidio de Brindisi, qui travailleront au guichet, seront: des avocats spécialisés en immigration, des consultants en immigration et des médiateurs culturels et linguistiques de la Communauté africaine elle-même.

Le Président de la Communauté Africaine remercie chaleureusement le Président de l’A.N.P.I., Ainsi que tous les militants qui se battent quotidiennement pour la justice et la paix, et je remercie de la même manière tous ceux qui ont donné leur disponibilité en tant que volontaires. Contactez moi si vous ne savez pas ou se trouve l’endroit Merci .

 

 

Il 25 aprile del 2021 per un’Italia libera, uguale e solidale

Grazie agli antifascisti e i democratici.

È il secondo anno in cui l’anniversario della Liberazione si è celebrato nella grave emergenza della pandemia con conseguenti misure di sicurezza sanitaria.

Ma il 25 aprile è la Festa di tutti gli italiani e dell’Italia liberata dal fascismo e dal nazismo.

Nell’occasione, un particolare pensiero è stato dedicato a tutti i nostri combattenti per la libertà, a tutti i nostri partigiani che diedero vita alla Resistenza.

Un pensiero, riconoscente e particolare, l’ANPI l’ha rivolto alle decine di combattenti e resistenti figli della terra di Brindisi, nostri caduti in Italia e nei territori d’oltremare.

 

 

 

 

 

 

Il 25 aprile è stata l’occasione per ricordare, in questo tempo particolare, che nulla può essere uguale a prima.

 

Il 25 aprile del 2021 è l’occasione occasione per rilanciare l’idea per un’Italia libera, uguale e solidale, per affermare la necessità di mobilitare tutte le forze politiche e sociali per un grande piano per il lavoro.

Il diritto ad un lavoro dignitoso, il diritto alla salute con una efficiente sanità pubblica , il diritto ad una crescita del Mezzogiorno sono temi da cui partire. Le ingenti risorse europee devono essere destinate a queste priorità con senso di solidarietà ed uguaglianza.

Il 25 aprile del 2021 è stata l’occasione in cui ribadire l’avversione contro ogni forma di odio, di fascismo e di razzismo.

L’ANPI crede che, se nulla dovrà essere uguale a prima, c’è bisogno della partecipazione attiva delle persone, delle associazioni, delle reti sociali attive e delle formazioni politiche devono essere essenziali per la riscoperta di una nuova socialità, di una dimensione che coinvolga le donne e gli uomini a partire dallo loro condizione.

C’è bisogno di un nuove pratiche solidali che si oppongano all’egoismo personalistico, antisociale e senza prospettive.

Questa è la forza dell’ANPI. Con questo animo ancora una volta l’Associazione si è mobilitata ovunque, sia a Brindisi che in tutta la provincia.

Un particolare ringraziamento è dedicato ai presidenti delle sezioni e agli attivisti dei gruppi ANPI diffusi, alle iscritte e agli iscritti, a tutti i democratici e agli antifascisti, per l’incredibile impegno profuso nella giornata del 25.

 

 

 

 

 

L’ANPI porta fiori nelle Strade di Liberazione e alle Piazze

BRINDISI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCAVILLA FONTANA

 

 

OSTUNI

 

 

 

 

 

MESAGNE


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CEGLIE


FASANO


TORRE S.S.


 


Il 26 gennaio 2021  a Trieste è stata posata  la Pietra d’Inciampo in via Pacinotti  n°5 per ricordare  l’antifascista e partigiano brindisino Vincenzo Gigante, ucciso nella Risiera di Trieste. L’individuazione dell’ultimo domicilio a Trieste è merito della presidente dell’ANED di Trieste, la professoressa e storica Dunja Nanut che, con i suoi studi presso l’Archivio di Stato triestino, ha colmato questo vuoto sulla tragica vicenda di Vincenzo Gigante che, sulla base delle ricerche della studiosa, dopo essere stato fermato, fu tenuto per  un  mese in prigione al Coroneo (il nome del carcere della città).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come è noto le Pietre d’Inciampo, ideate dall’artista  Gunter Demnig, sono un mosaico per la Memoria, Un progetto monumentale europeo per tenere viva la Memoria di tutti i deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti che non hanno fatto ritorno alle loro case. In Europa ne sono state installate già oltre 70.000. In Italia le prime pietre d’inciampo furono posate a Roma nel 2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Vincenzo Gigante note biografiche

Antonio Vincenzo Gigante nacque a Brindisi il 5 febbraio del 1901 in via Seminario s. n. da Concetta Gigante e da padre ignoto. Da giovane iniziò a lavorare come operaio edile, aderì nel 1919 al circolo giovanile socialista di Brindisi. Nel 1920 fu fermato per la prima volta per aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro la guerra. Aderì nel ’21 al PCd’I e nello stesso anno si trasferì a Roma con la madre e i due fratelli, Ettore e Italo, dove lavorò come operaio nell’edilizia, diventando un importante dirigente sindacale della categoria. Si distinse per l’organizzazione di agitazioni e scioperi. Quello più importante e riuscito fu del I° maggio del 1923. Subì un’aggressione fascista il 28 ottobre del 1924. Dopo il delitto Matteotti e le seguenti leggi speciali con le quali Mussolini soffocò la vita democratica dell’Italia, ricercato dagli squadristi, fu costretto a lasciare l’Italia. Trovò riparo prima in Svizzera e poi in Russia dove dal ’25 al ’26 frequentò la scuola di formazione del Comintern. Al ritorno, in Svizzera entrò in contatto con il centro estero del PCd’I che lo incaricò di occuparsi della Confederazione Generale del Lavoro e della gestione dei militanti fuoriusciti. Tra 1927 e 1929 la sua presenza fu segnalata in Svizzera, Belgio, Germania e Lussemburgo. Fu arrestato e trattenuto per un breve periodo con Palmiro Togliatti e Pietro Secchia a Basilea nel gennaio del 1929. In Italia Gigante fu costantemente ricercato dalla polizia fascista, il 28 febbraio del 1930, venne emesso il mandato di cattura dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato con l’imputazione di aver partecipato alla ricostituzione del Partito comunista italiano. Gigante all’epoca era componente del comitato centrale del PCd’I come responsabile dell’ufficio “tecnico” che aveva il compito di risolvere i vari aspetti logistici della clandestinità come la ricerca di sedi sicure.

In Svizzera, il 23 aprile del 1931 sposò a Lugano Wanda Fonti, pittrice, di famiglia e di tradizioni antifasciste, con la quale condivise un breve periodo di vita, tra la Svizzera, Bruxelles e Lussemburgo. Dal matrimonio nacque l’unica figlia, Miuccia, a Lugano il 21 settembre 1932.

Nel 1931, al IV congresso del PCd’I di Colonia, Gigante non condivise la decisione, ispirata dal Comintern, con cui il Partito Comunista italiano avrebbe dovuto essere pronto alla “svolta” per preparare un’insurrezione imposta da un presunto e imminente crollo del regime fascista. Il dissenso gli costò per un periodo l’allontanamento dalla direzione del partito e del sindacato.

Il 6 ottobre del 1933, mentre rientrava in Italia per la riorganizzazione del partito, venne arrestato a Milano dall’OVRA. Trasferito a Roma nel luglio successivo, imputato di ricostituzione del disciolto partito comunista, fu processato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a venti anni di reclusione.

Ne scontò i primi nove nel carcere di sicurezza di Civitavecchia dove fece la conoscenza di Umberto Terracini tra gli altri antifascisti.

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, le condizioni dei detenuti politici peggiorarono. Nel 1942 Gigante, ritenuto ancora politicamente pericoloso e compreso nell’elenco dei sovversivi più temibili, fu internato nella colonia insulare di Ustica, in provincia di Palermo.

Dopo Io sbarco degli alleati in Sicilia nel 1943 i detenuti politici di Ustica furono trasferiti nel campo di Renicci Anghiari in provincia di Arezzo, uno dei più duri per le condizioni igieniche e sanitarie. Poco dopo l’8 settembre, nel campo di Renicci i detenuti si rivoltarono ed organizzarono l’evasione, Gigante, a capo di un gruppo d’insorti tentò dapprima di dirigersi verso il sud liberato, una volta verificata l‘impossibilità a raggiungere le meta, si diresse verso la Dalmazia assieme a prigionieri slavi con lui liberatisi. Il territorio era sotto il diretto controllo nazista, ma forte era da tempo anche il movimento partigiano slavo. Giunto in quei luoghi, a capo di formazioni partigiane italiane gestì la complicata unità d’azione con i partigiani slavi, per l’obbiettivo principale della lotta contro il fascismo e il nazismo. Per conto della direzione del PCd’I, riceva l’indicazione di occuparsi prima dell’Istria e in seguito, dopo l’arresto di un altro dirigente, della federazione di Trieste.

Il 15 novembre del 1944 venne arrestato dalla Gestapo, in seguito a una delazione, e tradotto in carcere. Trasferito nella Risiera di San Sabba di Trieste, l’unico vero campo di sterminio con forno crematorio creato dai nazisti in Italia, fu crudelmente torturato senza mai denunciare i suoi compagni sino ad essere ucciso. A tutt’oggi non si sa con precisione la data della sua morte presumibilmente avvenuta tra novembre del ’44 e il febbraio del 1945.

 

La sezione ANPI “Vincenzo Antonio Gigante” di Brindisi

 

Riferimenti bibliografici:

 

U.Terracini. Vincenzo Gigante, un eroico figlio del popolo. Discorso commemorativo tenuto dal sen. Umberto     Terracini in Brindisi il 7 dicembre 1952, Roma.

 

E. Collotti ,Antonio Vincenzo Gigante , in F. Andreucci, T. Detti (a cura di), Il Movimento Operaio Italiano. Dizionario Biografico, vol.II, Roma , 1976, pp.490-491)

 

C. Pasimeni. Antonio Vincenzo Gigante, in «Aleph», n.2, dicembre 1984

 

V.B. Stamerra-A.Maglio-P. Miano, Vincenzo Gigante dello Ugo. un eroe brindisino, Oria (Brindisi). 2006

 

C. Pasimeni. Lotta al fascismo all’ombra di Stalin. La militanza di Vincenzo Antonio Gigante, Lecce. 2009

 

AS BR-ANPI Brindisi. Antonio Vincenzo Gigante nelle carte dell’Archivio di Stato di Brindisi. Brindisi 2013.

 

 

 

L’OMICIDIO A BARI DI BENEDETTO PETRONE, OPERAIO COMUNISTA, 18 ANNI

Perché è importante ricordare l’omicidio fascista di un ragazzino. Era il 1977. I fatti, le reazioni e la debole memoria nel resto del Paese di un assassinio politico avvenuto al Sud

 

Benny è morto da molto tempo, ucciso a coltellate dai vigliacchi fascisti. Benny, quel ragazzino di Bari vecchia, sempre sorridente e che oggi avrebbe avuto 61 anni, invecchiando con noi della sua generazione, quelli che credevano (come dovrebbe accadere a tutti i ragazzi) di conquistare il cielo, la giustizia sociale, la felicità corale, vive sempre nella coscienza e nella mente degli antifascisti e dei democratici nonostante siano trascorsi 43 anni da quel vile agguato. Anche quest’anno, come ogni 28 novembre, si è svolta a Bari una piccola ma intensa cerimonia, sulle note di un violino che suonava Bella Ciao. C’erano il sindaco di Bari, Antonio De Caro, la sorella di Benny, Porzia, gli antifascisti.

Allora cerchiamo di raccontare che cosa accadde quel 28 novembre del 1977 a Bari. E’ necessario ricordare perché in questi tutti i testi di bravi e accurati storici di quegli anni di nuova Resistenza ovunque, le vittime dei fascisti del Sud dell’Italia vengono spesso dimenticate. Il nome di Benedetto Petrone non c’è quasi mai. Destino amaro del Sud. E Benny, che ci ha lasciato una foto in cui sembra un giovanissimo Che, non merita di essere dimenticato fuori dai confini della Puglia. Va conosciuto e ricordato anche a Milano, Bologna, in Trentino, in Veneto, a Roma… ovunque. La memoria deve essere completa, senza omissioni.

L’AGGUATO

1977. Le Brigate rosse uccidevano, ma continuavano ad essere attive anche le squadre di killer fascisti e morivano ancora militanti comunisti. La sera di lunedì 28 novembre di quell’anno un commando di esponenti del Movimento sociale italiano, partito all’epoca parlamentare, accoltella e uccide a Bari, in pieno centro, davanti alla Prefettura e tra tantissimi passanti, Benedetto Petrone. Quel ragazzo aveva 18 anni ed era iscritto alla Fgci. Frequentava la sezione del Pci di Bari Vecchia, dove abitava, era il quinto di nove figli. Per aiutare la famiglia, aveva lasciato gli studi. Lavorava come operaio edile. Zoppicava, perché da bambino, si era ammalato di poliomielite. Non poteva correre, un “vantaggio” per una squadra ben organizzata ed equipaggiata di fascisti del Fronte della Gioventù usciti dalla sede del Msi per “fare male” al primo comunista che avrebbero incrociato (accadeva spesso anche in quei mesi), compreso Benedetto che non poteva né difendersi, né fuggire. Una vigliaccata. Questa la cronaca, ricostruita sulla base di testimonianze. Sono le 19,30. Gaetano Rossini, simpatizzante della Fgci, sta rientrando a casa a Bari Vecchia. Su corso Vittorio Emanuele viene aggredito da un gruppo i fascisti armati di coltelli e bastoni. Lui fugge e si rifugia a Bari Vecchia. I clienti di un bar del quartiere impediscono ai missini di entrare in “casa loro”. Rossini avverte i compagni della sezione e trova Benedetto e Franco Intranò, 16 anni. I giovani militanti escono da Bari Vecchia: vogliono far capire ai fascisti che non hanno paura. Sono disarmati. Non trovano nessuno. Ma alle 20,30 appare il commando. I missini si calano il passamontagna sul volto e, al grido “bastardi rossi”, danno il via alla carica. Erano troppi. I ragazzi fuggono di nuovo verso Bari Vecchia. Benedetto non riesce a correre come gli altri. Il sedicenne Franco se ne accorge e torna indietro. Un fascista intanto aveva già raggiunto Benedetto e gli aveva conficcato un coltello nel ventre. Franco tenta di strappare via il compagno da quella morsa. Il fascista tiene il suo amico stretto e spinge sempre più in fondo il coltello. La volontà omicida c’è tutta. Poi estrae l’arma sporca di sangue e ferisce Franco sotto l’ascella. Benedetto è ormai a terra. I missini continuano a colpirlo con i bastoni. Se ne vanno. Arriva la polizia. Franco, ferito, viene portato in ospedale assieme a Benedetto. Ma per il diciottenne non c’è più nulla da fare.

LE REAZIONI

Parte della classe politica, come sempre, vuol far passare la tesi degli opposti estremisti e liberare il Msi dal “peso” di questo omicidio parlando genericamente di estrema destra. Ma le responsabilità del Movimento sociale emergono tutte. Esplicativi sono i titoli della Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicati a poche ore di distanza l’uno dall’altro. I giornalisti del turno di notte si rendono conto della gravità della situazione e il giornale esce con questo titolo in prima pagina: “Squadraccia missina uccide a Bari giovane comunista”. Ma quella stessa mattina del 29 novembre va in edicola una seconda edizione. Il titolo viene cambiato e diventa più ambiguo nei confronti del Msi: “Feroce aggressione a Bari: giovane comunista ucciso da estremisti di destra”. Solo nel catenaccio si scrive che gli aggressori “sarebbero” (condizionale) iscritti al Msi. Le pressioni politiche erano già arrivate a destinazione. Sempre il 28 novembre sera militanti, tanti, si riuniscono in piazza Prefettura. Il Pci organizza una manifestazione per il giorno successivo. Forte è la tensione tra le forze della sinistra extraparlamentare, dal Movimento lavoratori per il Socialismo (Mls) a Lotta continua, a Democrazia proletaria. Si riunisce anche la Flm, la Federazione unitaria dei metalmeccanici, che indice per il giorno dopo uno sciopero aderendo al corteo. Cgil e Uil dicono subito sì, la Cisl nicchia. Alla fine lo sciopero viene indetto formalmente solo dalla Flm. In realtà vi partecipano tutti. C’è dolore e rabbia. Nessuna paura. I giovani di quegli anni la relegavano in angoli lontani dell’inconscio, schiacciata come era dalla sete di giustizia. Quarantatre anni fa neanche la fantascienza più sfacciata avrebbe immaginato i social, il web, i messanger, gli smartphone, whatsapp. Ma tutto questo non serviva. Erano in campo le citofonate, i tam tam, l’empatia, la solidarietà, il vivere in una battaglia corale per un futuro migliore. Era il popolo antifascista di tutte le età, erano idealmente i figli e i nipoti dei partigiani che avevano liberato l’Italia pochi decenni prima. Tutta la Puglia si riversò su Bari.

Martedì 29 si troveranno in piazza oltre 30mila persone: tante tute blu, tanti studenti. Quasi mille ragazzi, mentre raggiungono il corteo principale dalle scuole di periferia, fanno irruzione nella sezione fascista Passaquindici. Durante il corteo viene assalita la sede del sindacato Cisnal. Secondo alcuni testimoni, la polizia sparò ad altezza d’uomo. Manifestazioni di protesta per Benedetto, quel giorno, si svolsero in tante città, da Roma a Milano, Torino, Genova, Firenze e Bologna sino a Napoli, Palermo e Catania.





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I PROCESSI

Viene incriminato per l’omicidio Giuseppe Piccolo, che è subito latitante. Arrestati per favoreggiamento altri commilitoni. Ma andiamo oltre questo terribile 1977, con brevi note. Nel gennaio del 1978, intanto, inizia il processo per il ricostituito partito fascista: quindici imputati, tra i quali gli assalitori di Benedetto, giudice Nicola Magrone. Tra le parti civili l’Anpi e l’Mls. Ma i tempi sono bui. Solo 6 vengono condannati per attività fasciste. Il 13 novembre del 1978 si apre il processo per l‘assassinio di Benedetto Petrone. Piccolo è ancora latitante, gli altri sette fascisti sono imputati per favoreggiamento. L’assassino, dal quale il Msi tentò di prendere le distanze (“ambiguo e mentalmente instabile”) fu rintracciato in Germania ed estradato nel 1979. Il processo durò due anni e si concluse con la condanna di Piccolo a 22 anni. Esagerati sconti di pena per i complici. Giuseppe Piccolo si tolse la vita nel 1984 nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. E questa è la cronaca in breve.


 

 

 

 

 

 

 

LA MEMORIA

Il cantautore Enzo Del Re compose la canzone Benedetto nei giorni immediatamente successivi al 28 novembre 1977. Furono pubblicate due edizioni dello stesso libro: Nicola Signorile e Pasquale Martino, Le due città – i giorni di Benedetto Petrone, Bari, 1978. Nicola Signorile e Pasquale Martino, Le due città – i giorni di Benedetto Petrone, a cura di Nico Lorusso e Ignazio Minerva, San Cesario di Lecce, Manni Editori, 2007.

Fu girato un documentario “Benny vive” del registra Francesco Lopez, catenaccio “La storia di un ragazzo della città in cui viveva, dell’epoca in qui è morto”, anno 2007. Il 17 dicembre 1977, viene deposita una lapide, senza autorizzazione, in piazza Prefettura. C’è scritto “In questa piazza il 28 novembre 1977 una squadraccia missina uccise Benedetto Petrone, 18 anni, operaio comunista. Gli antifascisti di Bari”. Due anni dopo fu distrutta, probabilmente dai fascisti.  Fu subito ricollocata, ma il testo antifascisti di Bari fu sostituito on “i democratici e gli antifascisti di Bari” e la dizione “18 anni, operaio, comunista” con “operaio comunista 18 anni”. Mai più toccata da allora. Il Comune di Bari ha intestato una strada a Benedetto Petrone qualificando il ragazzo “come vittima della violenza neofascista” contro il parere della Società di Storia Patria che considera il fascismo finito nel 1945. Sbagliando clamorosamente. I fascisti c’erano ancora, i neofascisti pure. E ci sono anche oggi. Cellule dormienti di un cancro che si è risvegliato in Italia come altrove. Accade quando la giustizia sociale fa acqua. Accade quando la Costituzione non viene applicata, quando all’emergenza sociale e democratica si aggiunge, come oggi, quella sanitaria. Il fascismo e il razzismo oggi possono trovare terreno fertile. La memoria della Resistenza prima e di quella nuova Resistenza degli anni di Benedetto Petrone, è essenziale per spingerci ad agire in modo corale per la giustizia sociale, la libertà, la democrazia, la solidarietà, la pace. Lo dobbiamo a tutti coloro che sono morti nella Resistenza per darci democrazia e libertà. Lo dobbiamo anche a Benny, quel ragazzo barese di 18 anni che, sull’asfalto bagnato in quel giorno di pioggia del 28 novembre di 43 anni fa, non riuscì a correre per sfuggire ai suoi carnefici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Tea SISTO pubblicato su “Patria Indipendente”  martedì 8 dicembre 2020

 

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