Ciao  Adriana Inglese, partigiana brindisina. Senza il coraggio delle donne non ci sarebbe stata alcuna Resistenza.  Vogliamo ricordarti riprendendo  le parole scritte tempo fa  da Francesco Gioffredi  sulle pagine del nuovo Quotidiano di Puglia:

Tra le macerie della storia, di quella storia che palpita di fascino, la signora Adriana si muove austera, ritta, poderosa, inerpicandosi sul quel bastone che agita per setacciare ricordi, ammonire, curvare nella memoria. Ora lieve, ora col cuore in tempesta, sempre ferma e decisa. Come se il presente fosse solo un figlio sbiadito del passato, il suo passato. Lo scrolla, il bastone, quasi scavando fra quelle macerie della storia, in cerca di paure livide e speranze luminose: i due opposti che solo la sequenza Resistenza-Liberazione riesce a saldare. Venticinque aprile 1945: a lei sembra ieri, una piroetta indietro di poche ore e nulla più. Gli occhi due spilli vividi, la voce nitida e roboante, il battere-e-levare di risposte a portata di lingua: Adriana Inglese sbeffeggia l’inganno della carta d’identità. Ha 85 anni, difficile crederlo. La storia in bianco e nero, quella buona per i libri, nel caso della signora Adriana s’accende coi colori della vita vissuta e imbevuta di paure, odori, suoni, sogni. La sua vita. Sa cos’è la Resistenza, i partigiani, le pallottole fatte sibilare dai nazifascisti, una città – Genova – solcata dalla trincea, di qua il rosso della Brigata Garibaldi, di là il nero delle camicie brune, in mezzo una ragazza di vent’anni col Sud nel dna e la guerra negli occhi.
Brindisi, Genova e poi di nuovo Brindisi: in Puglia ci è nata («a Palazzo Nervegna», aggiunge) e ci è tornata per metter su famiglia, a metà c’è il monumentale spartiacque degli anni nel capoluogo ligure. Sufficienti per far passeggiare la storia nella sua vita: Adriana, durante la Resistenza in Liguria, smistava messaggi clandestini ai partigiani, al telefono nel pieno della notte e col nodo alla gola. I partigiani della Brigata Garibaldi, poi, li ha visti marciare trionfalmente su Genova, nel giorno della Liberazione. Luce dopo le tenebre, l’immagine è fiamma che le accende il cuore e brucia negli occhi: «Quant’erano belli con quel fazzoletto rosso al collo», declama commossa e tenera, come se sfilassero ora e qui. Sorride, la signora Adriana: un lembo di 25 aprile sente di averlo annodato con le sue mani e i suoi messaggi. Ricordi che soffiano d’incanto la polvere dalle macerie. Senza che occorra scrollare il bastone per scavare. La casa di Adriana Inglese Paloscia, un palazzotto antico nel centro di Brindisi, è un museo silenzioso. «Questo – spiega mostrando una stanzetta linda e spartana – è il mio pensatoio»: tanti libri, un poster di Che Guevara («Il mio amore»), una mazza di hockey su erba («Ci giocavo a Genova. Nuotavo, anche: 400 metri stile libero»), un armadio stipato di ricordi, foto d’epoca. Molte: Adriana nel giorno del matrimonio, Adriana in costume, Adriana ventenne con lo sguardo intriso di sogni.

Si parte da qui, dai sogni: «Lasciammo Brindisi perché tutti noi figli volevamo studiare all’Università. Papà era nella Marina militare, chiese al ministero della Difesa il trasferimento in una città universitaria. A Roma non era possibile, ci mandarono a Genova, vivevamo dov’era la Capitaneria». Gesticola e quando racconta non riesci a starle dietro, la voce che echeggia forte da quel corpo d’atleta. Il racconto va prepotentemente dove la storia reclama: «Genova negli anni della guerra era bersagliata dai bombardamenti notturni. C’erano 5-6 allarmi, ci rifugiavamo nelle gallerie, il porto era avvolto dalla nebbia dei fumogeni». La famiglia Inglese non restò impassibile dinanzi allo sfregio, proprio no. Adriana e sua sorella Fernanda – giovani, belle, studentesse universitarie – decisero di sporcarsi le mani con la polvere della storia: «Aiutavamo, nel massimo riserbo, i partigiani.
Io, nel cuore della notte, ricevevo una telefonata. Non sapevo chi c’era dall’altra parte, sentivo solo una voce che mi dettava un numero di telefono e poi un messaggio (ad esempio “I fiori sono alla finestra”). Io dovevo ripetere quel messaggio al numero indicato, senza sapere chi fosse il destinatario. “I fiori sono alla finestra”, comunque, stava a indicare l’arrivo dei paracadutisti con armi e viveri». Da brividi le missioni della sorella, che s’era guadagnata i galloni del rischio per via dell’età:
«Fernanda è cinque anni più grande. Lei faceva la vera e propria staffetta: grazie a un ufficiale di collegamento, riusciva a portare ai prigionieri politici dei panini imbottiti di messaggi. Poverina: all’ingresso c’era sempre un tedesco che le accarezzava i capelli dicendole “Bella signorina”.
Ha rischiato la vita sul serio». E il bastone s’agita. l tono della signora Adriana s’increspa di repulsione quando la narrazione
vira verso quella parola: tedeschi. «Le “megere” venivano all’Università per “reclutare” ragazze perché ballassero alle feste con i nazisti, ci avrebbero dato anche vestiti eleganti. Noi abbiamo sempre detto di no». Non solo danze, però. I teutonici sapevano far fischiare, eccome, i pallettoni: «Il 24 aprile ero dietro la finestra, un tedesco vide qualcosa muoversi e sparò. Il colpo mi passò sulla testa e finì sul muro dell’appartamento. Una seconda volta ero in strada: mirarono verso di me e ad un’altra ragazza a cui cercai di fare scudo col mio corpo». La memoria sa lavorare per rarefazioni e lievitazioni: il racconto della signora Adriana ansima come un mantice quando s’arriva lì, alla Liberazione. «L’annuncio ci arrivò dai francesi, Genova era blindata. Fu un’emozione unica, commovente, vedere i partigiani arrivare in corteo con i nazisti prigionieri. Io gridavo ai tedeschi “Raus! Raus!” ( ndr: in tedesco vuol dire “fuori”). Ma non dimenticherò mai i partigiani così belli col fazzoletto rosso al collo». Pochi mesi dopo, dicembre, Adriana Inglese sarebbe diventata la signora Paloscia: treno e giù fino a Brindisi. Addio Genova, con quella faccia un po’ così. Ma senza anestetico ai ricordi, altroché. Parli di Liberazione e la signora Adriana s’apre in un sorriso di tempra e sogni antichi. Il passato, stavolta senza mulinare il bastone per ripescarlo, è ora e qui. In questa casa dove il 25 aprile zampilla, sempre.
Immagine anteprima YouTube

Nessuno riuscirà a cancellare il 25 aprile.

 

Il 25 aprile è Festa nazionale. La Festa della Liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista. Essa vedrà migliaia e migliaia di persone nelle piazze e nelle vie di tantissime città e paesi. Nessuno riuscirà a cancellarla. Ci riferiamo, in particolare, a chi cerca di negarla, paragonandola ad uno scontro tra “fascisti e comunisti”, mentre essa fu lotta vincitrice del popolo italiano contro il nazi-fascismo; a chi continua a gettare fango e fuoco sulla memoria delle partigiane e dei partigiani; a chi tenta con il solito argomentare razzista e ignorante di riportare l’orologio della storia al ventennio del criminale Benito Mussolini.

Il 25 aprile ricorda la vittoria degli ideali di libertà e democrazia che hanno spazzato via la dittatura. È il canto corale delle origini autentiche della nostra Repubblica. La maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani si riconosce con coscienza, fedeltà, entusiasmo e passione civile nella Festa della Liberazione. Saremo in piazza, in tantissimi, per ricordare che l’onore della Patria fu difeso dal suo popolo e per portare avanti ancora una volta gli ideali per cui lottarono i partigiani: un Mondo di Pace, più giusto e libero.

Viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva l’Italia.

 

Presidenza e Segreteria nazionali ANPI

 

 

A Ceglie Messapica tornano i “Sovversivi”

L’ ANPI di  Brindisi e di Ceglie insieme all’ARCHIVIO di STATO di Brindisi organizzano la mostra documentaria e fotografica “Sovversivi (1900 – 1943)” presso il Museo Archeologico e dell’Arte Contemporanea MAAC  di Ceglie Messapica dal 29 marzo 5 maggio 2019.

La mostra, arricchita da una ricerca del tutto inedita su fatti e personaggi cegliesi, approda a Ceglie in un’ulteriore tappa del suo viaggio in provincia di Brindisi: dopo l’esordio a Brindisi nel 2013, trasformata in pannelli fotografici, è stata infatti proposta nel 2015 a Mesagne e a San Pancrazio e nel 2016 ad Ostuni, con larghissimo consenso di pubblico.

Si potrà visitare fino al 5 maggio, dal lunedì al sabato dalle 17.00 alle 19.00 e la domenica dalle 16.00 alle 19.00. L’ingresso è libero e gratuito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Percorso della mostra

Con il nome generico di “sovversivi” vennero indicati nel 1894, durante il governo Crispi, gli oppositori politici più pericolosi. In seguito la stessa definizione fu attribuita agli antifascisti e, alla caduta del regime, agli ex squadristi e gerarchi fascisti.

La mostra prende le mosse dalle vicende dei primi “sovversivi”, i socialisti fondatori all’inizio del ‘900 delle leghe e della Camera del lavoro, come Giuseppe Prampolini e Felice Assennato per Brindisi e Cosimo Suma e Donato Virgilio Elia per Ceglie, e dai primi scontri tra fascisti e antifascisti, quale a Ceglie la spedizione punitiva squadrista della vigilia dell’Immacolata del 1922.

Si passa poi a descrivere, nella seconda sezione, l’instaurarsi della dittatura di Mussolini e gli strumenti adottati per reprimere il dissenso politico. Infine si raccontano le storie di alcuni antifascisti – contadini, muratori, artigiani, intellettuali – che sacrificarono la loro vita e quella delle loro famiglie per opporsi al regime, fino alla sua caduta e alla ripresa dell’attività politica dei partiti. Anche in questa sezione non mancano gli approfondimenti su ‘microstorie’ e personaggi cegliesi, come Giuseppe Lodedo, Leonardo Chirulli, Rocco Spina, Francesco Barletta e molti altri che subirono il carcere o il confino, e sul ruolo direttivo che il locale comitato comunista clandestino ebbe nei confronti dei movimenti di Brindisi e provincia.

A conclusione del percorso, un pannello è dedicato al cegliese Francesco Ricci, personaggio esemplare per la durata e costanza dell’impegno politico prima, durante e dopo il regime e per il ruolo ricoperto nelle file della lotta clandestina.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venerdì 29 marzo alle ore 17,00 nell’atrio del Municipio di Ceglie Messapica presentazione della mostra documentaria e fotografica dal titolo Sovversivi (1900–1943),

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una giornata particolare:

A Brindisi, il 25 gennaio inaugurazione della nuova sede dell’ANPI alla presenza della presidente Carla Nespolo, dopo essersi confrontata, in mattinata con gli studenti dell’IISS “Epifanio Ferdinando”  a Mesagne, impegnati nel progetto “Giovani e memoria” ; a Milano, lo stesso giorno la posa della pietra d’inciampo dedicata a Umberto Chionna operaio brindisino, antifascista e partigiano morto a Mauthausen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A BRINDISI

C’è voglia di democrazia e di antifascismo. C’è voglia, tra giovani e meno giovani, di reagire all’odio, all’intolleranza, alla perdita progressiva dei diritti conquistati faticosamente, all’evanescenza della giustizia sociale. E l’Associazione nazionale partigiani d’Italia viene vista ovunque come un’ancora di salvezza da parte della società civile. Accade anche a Brindisi, dove venerdì 25 gennaio è stata inaugurata la nuova sede dell’Anpi provinciale, nella Corte degli artigiani, ex convento Scuole Pie, alla presenza della presidente nazionale dell’associazione, Carla Nespolo. Sede gremita tanto da lasciare fuori decine di persone. A introdurre gli interventi del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, del partigiano Pietro Parisi, del segretario provinciale della Cgil, Antonio Macchia, di Drissa Kone, responsabile dell’associazione africana, e della stessa Carla Nespolo, è stato il presidente provinciale Anpi, Donato Peccerillo. Interventi tutti dedicati al ruolo dell’Anpi nella sua battaglia contro ogni tipo di fascismo passato e presente, contro il razzismo e la cosiddetta “legge sicurezza”. Studentesse e studenti del Liceo classico Calamo di Ostuni hanno recitato il monologo di Gigi Proietti “Mio padre e morto a 18 anni, partigiano” e cantato la canzone di lotta di Italo Calvino “Oltre il ponte”. Un coro di “Bella ciao” ha concluso la serata. Con l’inaugurazione della nuova sede, l’Anpi Brindisi apre ancora ai giovani allestendo per loro ma anche ad appassionati e studiosi, un’attrezzata sala studio. La sede ospiterà, infatti, anche l’associazione Memobri che ha come finalità la salvaguardia della memoria storica del territorio, le sue vicende sociali, culturali, economiche. Tra gli impegni, vi è quello della costituzione di fondi archivistici e bibliotecari da mettere a disposizione dei ricercatori, studenti, docenti e cittadini tutti.

Un ringraziamento particolare alle due Noemi, ad Annapaola, a Stefania, a Simona a Irene e a Greta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A MESAGNE

Per il progetto “Giovani e Memoria” in mattinata nell’Aula Magna dell’IISS “Epifanio Ferdinando” di Mesagne. La Presidente nazionale Anpi, Carla Nespolo si era confrontata  con gli studenti sulle leggi fasciste e razziste , la deportazione e lo sterminio.


 

 

 

 

 

A MILANO

Nel mese di gennaio a Milano sono state collocate 30 pietre d’inciampo in ricordo di altrettanti deportati (15 per motivi politici e 15 per motivi razziali) uccisi nei campi di sterminio nazisti. E una pietra di inciampo a Milano sarà collocata anche in onore del comunista e partigiano brindisino Umberto Chionna, ucciso in un campo di concentramento. Il 25 gennaio è stata collocata la pietra d’inciampo in via Farini alla presenza della figlia, Dorina, dell’Amministrazione comunale di Milano e, per Brindisi, di Elena Lenzi, archivista e ricercatrice, che ha contribuito alla realizzazione a Brindisi della mostra e del catalogo “I Sovversivi”. Elena Lenzi ha portato a Milano i saluti dell’Anpi di Brindisi. Umberto Chionna nacque a Brindisi il 28 gennaio del 1911. Falegname, lavorava nell’azienda di famiglia in via De’ Florenzia a Brindisi. Era adolescente quando organizzò, con altri, la sezione giovanile comunista segreta. Ma nella notte tra il 29 e il 30 ottobre del 1926 venne arrestato con i suoi compagni. Aveva solo 15 anni. Scontò tre anni di carcere. Quindi tornò a Brindisi e continuò la sua attività politica contro il regime fascista. Fu di nuovo arrestato nel 1931, perché, sfidando il regime, depositando un mazzo di fiori rossi sulla bara, trasformò in manifestazione antifascista i funerali di un operaio morto sul lavoro, Ferruccio Mauro. Accusato di propaganda sovversiva, fu inviato al confino a Lipari per 3 anni. Fu liberato nel 1932 in occasione dei festeggiamenti per il decennale fascista, ma rimase sotto osservazione da parte del regime vigilato fino al 1942. Trasferitosi al nord con la giovane moglie, fu assunto nel 1939 alla Pirelli Bicocca. Risiedeva in via Farini 35, a Milano, appunto. Partecipò attivamente agli scioperi nella sua azienda. Il 17 marzo 1944 viene arrestato di notte e condotto a San Vittore. Dal carcere fu condotto alla Caserma Umberto I di Bergamo. Deportato il 5 aprile dai tedeschi a Mauthausen, numero di matricola 61606 come Schutzhaftling, di seguito trasferito a Gusen e poi nuovamente a Mauthausen dove morì il 23 aprile 1945.

 

 

 

 

 

 

 

ESSERE ANTIFASCISTI OGGI IN EUROPA

Estratto dell’appello finale

1) Invitiamo a sostenere nelle prossime elezioni europee le forze che si contrappongono senza ambiguità alle formazioni sovraniste, razziste e fasciste. 2) Ci impegniamo a dar vita a una rete permamente di associazioni e organizzazioni antifasciste 3) Daremo vita ad un prossimo appuntamento comune per i primi mesi del 2019.

 

Il  messaggio di Liliana Segre al convegno “Essere antifascisti oggi in Europa”

Care amiche e amici dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, saluto con vero piacere questo vostro Convegno internazionale che riunisce antifascisti di tutta Europa. È la prima volta che si realizza un tale appuntamento con così tante organizzazioni antifasciste e democratiche da tutto il continente. Da una parte una cosa bella e significativa, dall’altra però un segno dei tempi. Tempi in cui quasi ovunque si assiste a fenomeni di neofascismo, di destra estrema, di razzismo, di xenofobia, di antisemitismo. Un clima brutto ed allarmante percorre l’Europa. L’ultimo episodio a Roma, dove sono state espiantate alcune ‘pietre d’inciampo’ a ricordo di cittadini ebrei romani strappati dalle loro case e finiti nei campi di sterminio nazisti o trucidati alle Fosse Ardeatine, suscita vergogna ed allarme. Bisogna reagire, tenere sempre la guardia alta. Dobbiamo chiedere alle istituzioni ed alla classe politica di fare con impegno il proprio dovere e di evitare ogni comportamento ed ogni stile di vita o di linguaggio che possa apparire corrivo con il clima deteriore che va montando.
Le leggi che vietano ogni forma di attività e propaganda fascista e che dispongono la chiusura di sedi che sono autentiche scuole di violenza esistono e vanno applicate.
Il vostro convegno è un utile momento di incontro e di approfondimento. Sono certa che verrà forte e chiaro l’appello alle classi dirigenti di tutta Europa perché insieme si contribuisca al rilancio di uno spirito pubblico informato ai valori dell’antifascismo, della democrazia, della solidarietà e dell’accoglienza.
Auguri dunque di buon e proficuo lavoro.

Liliana Segre


 

Per una grande unità antifascista in Europa

20 Dicembre 2018

Il testo del documento sottoscritto dalle associazioni antifasciste di diverse nazioni europee che hanno partecipato al Convegno “Essere antifascisti oggi in Europa” promosso dall’ANPI

Mai come oggi dal dopoguerra si presenta in Europa un così agguerrito e composito fronte di forze politiche di ispirazione razzista, neofascista, neonazista, nazionalista. Tali forze, pur essendo spesso diverse fra di loro in particolare in ragione di ciascuna specifica storia nazionale, operano con obiettivi, ideali, linguaggi, proposte e pratiche politiche simili.

La spinta delle economie liberiste in tutta Europa e gli effetti in Europa della grande crisi economica avviatasi dopo il 2007/2008 e la successiva politica economica dell’UE incardinata sul principio dell’austerità sono stati devastanti dal punto di vista sia economico-sociale che culturale, determinando un arretramento delle grandi idee di solidarietà, uguaglianza, libertà e democrazia, bandiere del movimento di Resistenza internazionale, e che avevano prevalso in Europa nel secondo dopoguerra, dopo la sconfitta del nazifascismo.

La politica economica e la cultura liberista hanno determinato una straordinaria crescita delle povertà e contemporaneamente una sempre maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi.

L’UE è perciò apparsa a milioni di cittadini non più come una forma più alta di solidarietà fra popoli e di concerto fra Stati, destinata ad una sempre maggiore coesione democratica e portatrice di benessere per i suoi popoli, ma come una delle cause determinanti del generale impoverimento, della crescente esclusione sociale, della riduzione dei diritti. È apparsa come l’Europa delle élites, dei grandi fondi finanziari e delle lobby economiche, indifferente al destino di interi Paesi e di larga parte delle popolazioni.

In questo quadro si sono largamente accresciute o hanno progressivamente prevalso in molti Paesi forze politiche di ispirazione nazionalista, razzista, neofascista, neonazista, o fortemente condizionate da tali ispirazioni. Condividiamo perciò le preoccupazioni espresse nella Risoluzione del Parlamento europeo del 25 ottobre 2018 sull’aumento della violenza neofascista in Europa, con particolare riferimento alle derive antidemocratiche di vari Paesi dell’est Europa, dove gli attuali governi mettono sempre più in discussione diritti politici, civili, e sociali, negano la memoria antifascista, banalizzando, minimizzando o addirittura negando i crimini dei nazisti e dei loro collaboratori, oscurano il valore delle forze che hanno combattuto e vinto contro l’occupazione nazifascista. Queste posizioni oscurantiste, antidemocratiche e repressive ricordano da vicino le politiche fasciste e naziste.

Comune a tali forze è la ricerca del “capro espiatorio” delle indiscutibili difficoltà di tanta parte delle popolazioni, individuato nella figura del migrante.

Al migrante, che è il bersaglio preferito delle forze radicali di destra, si aggiunge spesso la discriminazione verso ogni vera o presunta diversità: i rom e i sinti, gli omosessuali, gli ebrei, gli oppositori politici. Merita una particolare riflessione l’attacco, ogni giorno più esplicito, verso le conquiste delle donne. Etnia, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali sono oggi diventati la nuova frontiera di un razzismo strisciante, che avvelena la coesione sociale e individua nell’altro il nemico.

In questa grave situazione, resa ancora più torbida dal possibile ulteriore avanzamento di tali forze alle prossime elezioni europee, occorre reagire subito e insieme. Non è tempo di divisioni e di distinzioni: occorre l’unità contro chiunque porti il contagio del nazionalismo, del razzismo, del neofascismo, del neonazismo, contro chiunque intenda far ricadere l’Europa in un clima oscurantista.

Nell’UE c’è bisogno di una profonda svolta di politica economica e sociale che ponga al centro il lavoro e un nuovo welfare affinché l’Europa torni ai suoi valori fondativi, in primo luogo l’antifascismo, e rilanci in chiave attuale i principi costitutivi, a cominciare dai diritti umani. Occorre in concreto una politica comune che incentivi il lavoro e gli investimenti, contrasti la disoccupazione e la povertà, redistribuisca il reddito, ricostruisca il welfare. Questo è possibile attraverso il concorso dell’Unione Europea e dei singoli Stati, affinché la parziale cessione di sovranità di ciascuno Stato vada a concreto vantaggio del proprio popolo e di tutti i popoli dell’Unione.

Assieme, occorre una politica comune europea e delle singole nazionalità di contrasto senza quartiere ad ogni forma di discriminazione razziale e xenofoba, di fascismo e neofascismo, di nazionalismo, di oscurantismo.

Occorre poi l’intransigente opposizione a qualsiasi forma di negazionismo della Shoah, del Porajmos e di tutti gli stermini nei lager: slavi, omosessuali, prigionieri politici, testimoni di Geova, Pentecostali, prigionieri di guerra, mulatti, disabili, malati di mente.

L’Unione Europea ha garantito più di settant’anni di pace fra Paesi del continente, con qualche rara e deprecabile eccezione. Eppure troppe volte Paesi dell’Unione Europea sono stati coinvolti, spesso in prima fila, in guerre d’aggressione nei Paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Il ritorno dei nazionalismi allarma, perché nella storia essi hanno spesso causato l’uso della guerra come soluzione delle controversie internazionali. Preoccupa il continuo aumento delle esercitazioni militari sul fronte orientale dell’Unione Europea e la crescente tensione che contrappone la NATO alla Russia. C’è urgente bisogno di una progressiva de escalation da entrambe le parti, e che l’Europa ritrovi il suo ruolo di attore di pace.

Noi ci impegniamo per un’Europa di pace al suo interno e nel mondo intero, perché la pace è lo scenario necessario per qualsiasi progresso sociale e civile.

Noi lanciamo un grado d’allarme davanti alla continua erosione di democrazia e ai sempre più inquietanti successi delle forze radicale di destra in Europa, operiamo per la costruzione di un largo fronte democratico, repubblicano e popolare, sosteniamo i comuni interessi dei popoli europei e dei migranti, ci proponiamo e pratichiamo un contrasto senza quartiere a tali forze di destra. Davanti ai nuovi fascismi comunque camuffati, davanti ai nuovi razzismi, davanti ai venti di compressione delle libertà democratiche, di attacco alla libertà di stampa, di negazione della divisione dei poteri, è giunto il momento di dar vita all’inedita esperienza di unità fra vecchi e nuovi antifascisti, di unità nel vasto mondo dell’associazionismo, di unità fra istituzioni, sindacati, popoli e cittadini, per sostanziare il rispetto dei diritti umani e sociali, in sostanza di unità antifascista.

Per queste ragioni 1) invitiamo a sostenere nelle prossime elezioni europee le forze che si contrappongono senza ambiguità alle formazioni sovraniste, razziste e fasciste, 2) ci impegniamo a dar vita ad una rete europea permanente di associazioni e organizzazioni antifasciste, 3) decidiamo fin da ora un prossimo appuntamento comune per i primi mesi del 2019.

Roma, 15 dicembre 2018

Carla Nespolo, Presidente nazionale Anpi;

Ulrich Schneider, Segretario generale Fir;

Tit Turncheck, Segretario generale ZZ NOB Slovenia;

Franjo Habulin, Presidente SABA Croazia;

Andrej Mohar, Segretario generale ZKP – Unione Partigiani Carinzia (Austria);

Casimiro Baptista Levy, Presidente URAP (Portogallo);

Nicolay Royanov, Vicepresidente Associazione Veterani Russi;

Manuela Gretkowska, fondatrice Partito delle Donne (Polonia);

Conny Kerth, Presidente VVN-BDA/RFA (Germania);

Dario Venegoni, Presidente ANED

Roma, 15 dicembre 2018

 

 

INTRODUZIONE di ALDO TORTORELLA, PARTIGIANO

Cari amici,
Il trascorrere del tempo e il mutare delle vicende storiche fatalmente sbiadiscono le memorie del passato, comprese quelle degli eventi che segnarono un’epoca. L’anno che sta per aprirsi sarà l’ottantesimo dall’inizio della seconda guerra mondiale. Le nuove generazioni, comprese quelle ormai più che mature, non sanno, non possono sapere che cosa sia stato quel tempo di fame e di terrore, di rovine e di morte. Molti non sanno neppure chi combatteva da una parte e dall’altra. Non sanno che cosa siano stati in realtà il fascismo e il nazismo che appartengono all’età dei padri, dei nonni o dei bisnonni (dei vegliardi come me). La parola antifascismo viene descritta come un termine antico, sepolto e, in più come una parola puramente negativa perché rappresenterebbe solo un puro essere “contro”, ed essere contro qualcosa che non c’è più. Certo, l’ho detto che nella perdita della memoria storica c’è qualcosa di fatale nel trascorrere del tempo, ma non c’è solo questo. Già pochi anni dopo la fine della guerra iniziava una sistematica campagna di svalutazione della parola stessa: l’antifascismo veniva dichiarato superato e concluso con la fine della guerra mondiale. Dapprima solo in qualche sede accademica, poi per opera di editori e di organi di stampa compiacenti,veniva descritto come fatto puramente occasionale, e poi sezionato e diviso tra quello buono e quello cattivo, tra quello democratico e quello antidemocratico e infine indicato come pura maschera dei non democratici. Ci si riferiva in tal modo ai diversi regimi nati dopo la seconda guerra mondiale nelle varie parti dell’Europa.
Ma questo modo di giudicare l’antifascismo faceva violenza al buon senso, alla storia e alla ragione. Tutto quello che è successo in Europa nella seconda metà del secolo è figlio di una guerra non dichiarata e per fortuna combattuta senza bombe ma non senza vittime e non senza dure conseguenze da una parte e dall’altra.
Noi non possiamo sapere quel che sarebbe stato il mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, se dopo la guerra combattuta e vinta insieme non fosse stata aperta la guerra fredda, se il fronte antifascista mondiale si fosse mantenuto saldo dopo la vittoria, se fosse durata la collaborazione tra tutte le nazioni vincitrici, se la parte uscita dalla guerra più forte per il possesso atomico, con il proprio territorio intatto e un potenziale produttivo immenso e accresciuto, e cioè gli USA, avesse esercitato la sua funzione secondo l’orientamento di Roosevelt volto alla collaborazione e alla reciproca influenza culturale e politica tra mentalità e opinioni diverse. Ma Roosevelt era morto ed era iniziata negli Stati Uniti la sorda polemica contro la sua politica estera e interna, una polemica durata cinquant’anni, diventata sempre più esplicita e conclusa alla fine del ‘900 con il definitivo smantellamento di tutti i limiti da lui posti all’arbitrio della grande finanza.
Ma se non possiamo sapere quel che non è avvenuto, sappiamo bene che cosa è stato l’antifascismo nel suo sorgere, nel suo svilupparsi, nelle sue vittorie. Non si è trattato, all’origine, di un moto spontaneo. Il fatto che il fascismo italiano nascesse in violenta opposizione al movimento operaio e sindacale e ai partiti della sinistra attirò il sostegno del grande padronato industriale e agrario e le simpatie di una parte molto rilevante delle forze politiche conservatrici non solo in Italia ma in tutta l’Europa e negli Stati Uniti. Non diversamente accadde al sorgere in Germania del movimento nazionalsocialista sostenuto all’inizio dalle forze economiche dominanti – compresa una parte rilevante della grande borghesia ebraica – e visto inizialmente con favore anche da molta parte dei conservatori europei e della finanza americana. La fine della liberal democrazia, minata dalle divisioni fratricide a sinistra, e l’instaurazione di un ordine coatto senza libertà parve accettabile da vasta parte del popolo in cambio di un’esaltazione nazionalistica e di qualche concessione economica. Regimi e partiti autoritari o apertamente fascisti si diffondevano in Europa. In Italia la rottura tra fascisti e liberal democratici avvenne nel 1926 dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, capo socialista e deputato, ma solo un decennio dopo con la aggressione alla repubblica spagnola dei franchisti, sostenuti in armi da fascisti e nazisti, e con l’aggressione italiana all’Etiopia, l’antifascismo si estese in Europa oltre le forze di sinistra e iniziò a nascere una intesa sempre più larga.
Ma è falso dire che l’antifascismo così nato rappresentasse soltanto una negazione e significasse solo l’opposizione ai fascismi trionfanti. Certamente, esso contrastava una ideologia regressiva che faceva tornare indietro di secoli la concezione dell’umanità, della nazione, dei rapporti sociali, dello Stato. L’umanità divisa in razze superiori e inferiori, in cima i cosiddetti ariani, inferiori tutte le altre, gli ebrei tutti perversi, tutti da distruggere, insieme agli zingari, agli omosessuali, ai portatori di handicap, agli oppositori politici: un regresso non solo rispetto alla dichiarazione dei diritti dell’uomo della rivoluzione francese ma anche rispetto alla rivoluzione cristiana nata in nome dell’eguaglianza perché tutti figli di Dio. La nazione concepita come comunità chiusa e ostile a tutte le altre, sempre in armi e pronta alla guerra, chiamata a dominare, in Italia in nome dell’impero romano di duemila anni prima, in Germania secondo il mito nibelungico: una regressione in un simbolico grottesco se non fosse stato tragico. I rapporti sociali definiti gerarchicamente tra superiori e inferiori, tra superiorità maschile e dipendenza femminile e definiti nei rapporti di lavoro dal potere padronale esclusivo mascherato dal corporativismo che, soppressi i sindacati autonomi, fingeva eguaglianza di potere tra chi compra la forza lavoro e chi può solo vendere la propria, Lo Stato come ente supremo nelle mani del Capo, (il Duce, il Fuehrer) che governa, essendo eliminata la rappresentanza democraticamente eletta, in rapporto diretto con il popolo chiamato in piazza a rispondere “sì” e ad applaudire, ma in sostanza in rapporto diretto con il grande capitale che ritirerà l’appoggio solo quando il fascismo sarà perdente.
Ma la negazione di queste aberrazioni corrispondeva ad altrettante affermazioni positive. L’antifascismo, diventato eroica Resistenza europea in ogni nazione sottomessa dai nazifascisti, lottava per gli ideali della civiltà umana. Ci battevamo per la eguaglianza nei diritti umani senza distinzioni razziali inventate dall’ignoranza e inesistenti per la scienza, e per l’eguaglianza sostanziale che deve superare gli ostacoli posti dalle diseguaglianze economiche e da ogni altra forma di discriminazione comprese quelle imposte dal predominio maschile autore di una civiltà carica di guerre e di ingiustizie. Volevamo affermare un tempo di pace e di amicizia tra le nazioni e la creazione di più vasti agglomerati tra di esse. Lottavamo per la democrazia rappresentativa in rapporto con quella diretta, aperta allle possibilità di evoluzione della società e degli stati in forme superiori di civiltà.
L’antifascismo non è stato, dunque, soltanto l’autore della lotta vittoriosa contro il fascismo, ma il creatore di un possibile ordine nuovo nel mondo. Dalla vittoria del fronte antifascista nacque la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di cui si celebra il settantesimo anniversario (e ci fu una donna, Eleanor Roosevelt, a battersi prima di tutti), la Organizzazione delle Nazioni Unite, le Costituzioni democratiche più avanzate, come quella italiana, combattute dalla finanza internazionale e dalla destra e, in Italia, da un centro sinistra immemore delle sue stesse origini e della sua possibile missione. Il sogno e la speranza di una Europa unita e federata fu propria di tante forze dell’antifascismo europeo e non fu un bene che di queste speranze si sia realizzata solo una piccola parte essenzialmente sul terreno monetario. Ma anche quel poco di unione europea che si realizzò è meglio delle disunioni che hanno portato a due guerre mondiali e che nuovamente vengono minacciate da sovranismi che sono il contrario di un vero amore della propria patria che chiede pace e fratellanza.
È proprio in nome della sua funzione positiva che oggi l’antifascismo è più attuale che mai. La lunga campagna tesa a delegittimarlo sta producendo mostri. Si dice che l’antifascismo è inutile perché quel fascismo del passato non può più tornare. È certo difficile che la storia si ripeta due volte in forma eguale sebbene ne fosse convinto Hegel, e pure Marx ma con la correzione, a proposito di Napoleone III, che la seconda volta la ripetizione è in forma di farsa. Adesso la ripetizione si manifesta in forma lugubre con movimenti apertamente fascisti o nazisti in quasi tutti i paesi europei, movimenti che in alcuni stati hanno conquistato voti e seggi parlamentari e influenzano direttamente i governi locali. Ci sono movimenti che negano lo sterminio degli ebrei, come se fosse una invenzione degli antifascisti. Qui in Italia la ricostituzione del partito fascista è proibita dalla Costituzione ma l’Associazione dei partigiani ha contato più di 2700 siti dichiaratamente fascisti su internet che servono ingrossare le fila dei gruppi e partiti che concretamente agiscono. E anche tra i benpensanti si diffonde il parere che, in fondo, forse il fascismo ha fatto del bene, dimenticando il vero: e cioè che l’Europa era diventata un ammasso di macerie, settanta milioni di morti, miseria endemica, mura di odio da abbattere. In diversi paesi dell’est si vengono rivalutando i capi e i gregari delle divisioni che si posero al servizio dei nazisti nella guerra di aggressione contro la Russia in nome dell’ostilità nazionale all’oppressione sovietica. Ma si dimentica che senza la vittoria a Stalingrado tutta l’Europa sarebbe caduta nelle mani della spaventosa tirannide nazista, compresi quei paesi del nord che esperimentarono il dominio violento dei gauleiter . Si dice che tutti i morti in guerra meritano la stessa considerazione perché tutti si battevano per il loro ideale. La pietà umana deve essere uguale per tutti, ma non il giudizio morale. C’è chi è caduto per affermare la tirannide mentre gli antifascisti nelle galere, nei campi di sterminio, nei fronti di battaglia sono caduti per affermare la libertà di tutti.
La esplicita rinascita fascista non è più solo un fatto estremo, di vecchi nostalgici ma si accompagna ad una cultura – a un’incultura – fascistoide in movimenti non dichiaratamente fascisti che conquistano vasti consensi. Torna il nazionalismo sciovinista, il razzismo, l’attacco alla libertà di stampa, l’insofferenza per l’opposizione, l’attacco ai diritti del lavoro e ai diritti civili, l’insofferenza per la liberazione femminile, l’omofobia. Tutto ciò deriva certo dalla voluta disinformazione sulle tragedie che questo retrivo ciarpame fascista ha creato, ma deriva anche e soprattutto dalle conseguenze di politiche sbagliate condotte da forze democratiche moderate, ora di centro destra ora di centro sinistra, incapaci di intendere i guasti creati in vasti strati popolari e di ceto medio prima dalla crisi economica determinata da un quarto di secolo di neoliberismo e poi dalle politiche di austerità a senso unico. Siamo in un mondo con un pauroso squilibrio nella distribuzione della ricchezza denunciato persino dal Fondo monetario internazionale. Nei paesi sviluppati l’industria che tira maggiormente è quella del lusso mentre l’indigenza o la miseria avanzano. Intere parti delle giovani generazioni hanno lavori precari, mal pagati, senza prospettiva. In più ci sono le conseguenze delle guerre scatenate dall’occidente nel medio e nel vicino oriente oltre alle conseguenze dei cambiamenti climatici determinati dai paesi ricchi. Milioni di profughi in fuga dalle guerre, dalla carestia, dalla fame. Più di tre milioni accolti nei paesi musulmani mentre centinaia di migliaia bussano alla porta dell’Europa.
Da tutto ciò viene la protesta che, nel vuoto di un orientamento democratico che denunciasse le vere cause dei guasti economici e sociali e provvedesse di conseguenza, è stata ed è intercettata dalla destra più retriva. La paura del diverso viene diffusa ad arte per dirottare l’attenzione dai veri responsabili che stanno ai piani alti della finanza ove si decide dei desini del mondo e di ciascun paese. Si lavora da molte parti per diffondere la paura. Gli immigrati vengono chiamati invasori e potenziali terroristi. Ma la lotta al terrorismo si fa certo con servizi di sicurezza efficienti non infiltrati, ma soprattutto con la capacità di chiudere le guerre neocoloniali, di promuovere la pace tra le nazioni e l’amicizia tra le diverse culture. Al contrario in Italia si perseguita Riace il comune meridionale spopolato che aveva integrato gli immigrati facendone una risorsa e il governo produce un cosiddetto decreto sicurezza che cancella la “protezione umanitaria”, chiude di fatto il sistema della Protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati (SPAR) gettando migliaia di profughi in strada aumentando il problema dell’illegalità con la creazione di nuova paura. La paura è il concime per la mala pianta delle inculture neofasciste.
E la paura serve anche per la campagna contro la democrazia rappresentativa e contro i partiti. Per il male della corruzione politica l’accusa non va al singolo politico corrotto e al corruttore che lo corrompe, perché questo metterebbe sotto accusa le potenti accolite dei petrolieri, o dei fabbricanti d’armi o degli agrari o di tutte le altre lobbies che manovrano esplicitamente o implicitamente per i loro affari. L’accusa va a tutti i politici in quanto tali e i partiti in quanto tali e alla democrazia definita imbelle in modo da celare le colpe delle forze economiche dominanti di ciascun paese. Torna il rapporto diretto tra il capo e il popolo come dice Trump nel discorso d’insediamento: io e voi, io vi difenderò, io vi ridarò il lavoro, io e voi popolo faremo di nuovo grande l’America. Lui è se stesso, non il suo partito e tutti i politici sono alla gogna . “Washington fioriva, i politici prosperavano”, dice, mentre il popolo americano soffriva. È la dottrina che portò al duce e al fuhrer. Il capo decide, il popolo esegue, perché il capo è il popolo stesso. In realtà quel capo è un miliardario che serve ad abbassare le tasse ai suoi simili e a rafforzare il loro potere.
Di fronte al rinascere di idee fasciste o fascistoidi l’antifascismo è più necessario che mai, con la sua cultura costruttiva e con la sua denuncia dei veri responsabili dei mali economici e sociali. C’è una grande battaglia culturale da condurre. E c’è una lotta politica da sostenere. Sarà difficilissimo ma è indispensabile riportare all’intesa unitaria tutte le forze democratiche che sentono l’avanzare di un pericolo grave. Non dimentichiamo quello che porta con se l’esasperazione nazionalistica. La guerra è al di la del mare. Ma già tornò in Europa nei Balcani ed ora cova ai confini della Russia. La violenza, di cui si nutre una società fondata sulla reciproca sopraffazione, tracìma e diventa endemica. Tocca agli antifascisti riprendere e sostenere la cultura della pace come bene supremo e partecipare a costruire una Europa democratica, socialmente giusta, culturalmente illuminata. Si levi da questo nostro incontro l’appello perché nelle prossime elezioni il voto vada a chi s’impegna a difendere l’unità europea rinsaldandola e portandola avanti con le opportune riforme, un voto contro chi la vuole sfasciare. Abbiamo, avete molto da fare. Buon lavoro

 


 

© 2019 ANPI Brindisi Suffusion theme by Sayontan Sinha