Marcellini, Cosimo patriota

Marcellini Cosimo . Nato il 21 marzo 1923 ad Ostuni. 2.a elementare. Operaio. Patriota con il nome di battaglia Vulcano,combatte nella Brg. Ivan dal 12 novembre 1944 al 30 aprile 1945.

Inoltre scrive  Gaetano MARCELLINI (il figlio):

[..] se potessero tornarVi utili altre informazioni su quella che è stata la vita di mio padre, sotto ve ne ho riportato un periodo …. Periodo che ha visto mio padre partire per la 2ª guerra mondiale nel 1942 e congedarsi nel 1945.

Trattandosi di un sunto del racconto che mio padre fece ai suoi figli prima, e ai suoi nipoti dopo, ho trovato un altro dettaglio differente…… la Brigata per la quale combattè per il corpo dei Partigiani ci disse si chiamava “IVANO”, ma probabilmente “IVAN” sarà il nome giusto, visto che sarete sicuramente documentati più di me…..

In ultimo, qualora foste interessati, dovrei avere conservato anche il suo tesserino con i dati di battaglia, tra cui il famoso “VULCANO”.

Fiero di essere stato il terzo dei quattro figli di Papà Cosimo MARCELLINI, porgo i miei distinti saluti.

 

……….Omissis………….il 2 settembre 1942, Cosimo fu chiamato a difendere la patria proprio nel periodo della 2^ guerra mondiale. Fu assegnato alla 36/esima fanteria motorizzata di Modena. Il 23 gennaio 1943, fece domanda di trasferimento, per avvicinarsi all’ormai anziana madre. La sua richiesta fu respinta; fu allora che decise di fuggire.

Giunto clandestinamente al suo paese, Cosimo corse dalla madre dicendole che sarebbe rimasto a Ostuni per almeno quattro mesi. Ma il 21 maggio dello stesso anno fu bloccato dai carabinieri i quali lo condussero dapprima nel carcere del suo paese; quattro giorni dopo fu trasferito in quello di Bari e dopo 20 giorni ancora in quello di Modena, definitivamente.

Mentre scontava la sua pena, da un giornale apprese la notizia della “Resa di Pantelleria” e sviluppò un’ipotesi, quella cioè che le truppe nemiche avrebbero di lì a poco attaccato la Sicilia, la Puglia e la Calabria; nella sua stessa cella, vi erano altri 5 detenuti. Uno di quelli, fingendo di sentirsi male, ebbe l’occasione di uscire dalla cella e andare dal colonnello, comandante di reparto, spifferando il tutto.

L’Ufficiale convocò Cosimo e lo interrogò; gli chiese come facesse a sapere degli attacchi nemici; Cosimo non rispose a quella domanda, ma replicò che la guerra sarebbe finita, a suo parere, in poco più di un mese. Il colonnello, non credendo a tutto questo lo definì ”SPIA ” e gli aumentò la pena, che stava già scontando per diserzione.

Qualche settimana dopo, mentre Cosimo passava la sua giornata in cella, dai corridoi della prigione si sentì una voce invocare il suo nome: un Ufficiale si avvicinò alla porta che rinchiudeva ormai da troppo tempo e gli annunciò la sua liberazione con queste parole:“Siamo tutti di un colore, anime nere non ce ne sono più”. Fu così scarcerato il 25 luglio 1943, mese in cui Mussolini scese dal potere.

Uscito di galera, il sogno di Cosimo di difendere la patria si concretizzò con il suo arruolamento nei Partigiani. Diventò parte integrante del “Corpo Volontari della Libertà”, nel “Gruppo Brigate Aristide”, in forza alla “20/esima Brigata IVANO”, con il nome di battaglia “Vulcano”.

Qualche tempo dopo, fu messo a capo di una spedizione di 40 uomini in montagna, ma Cosimo decise di cedere le redini del comando a un suo collega, esperto in lingue straniere. Arrivati a destinazione, trovarono altre truppe alleate. Durante gli appostamenti Cosimo notò che alcuni velivoli lanciavano delle casse per il rifornimento di cibo, vestiario e munizioni nelle postazioni partigiane; corse, allora, verso uno dei tanti bauli lanciati e, mentre cercava di impossessarsene, si ritrovò con un fucile puntato alla tempia. Si accorse che la persona che lo impugnava era un partigiano; considerato il fatto che i due si trovavano a combattere per la stessa bandiera, chiese il permesso di prendere una cassa, ma gli fu negato. Un compagno di Cosimo, giunto sul posto, spiegò che quelle derrate erano destinate ai partigiani della Democrazia Cristiana (ovvero i figli di personaggi ricchi e famosi), non a loro, poiché considerati “Garibaldini”. Passato quel piccolo screzio e tornati alle proprie postazioni, un collega di Cosimo si accorse che un gruppo di truppe nemiche (probabilmente fascisti e nazisti), stavano risalendo la montagna; resosi conto che l’obbiettivo di questi era catturare i partigiani ed impossessarsi del territorio montuoso, l’intero gruppo si mimetizzò nella boscaglia e, disponendosi a ferro di cavallo, bloccò e catturò i nemici. Arrivato il momento del riconoscimento dei prigionieri, Cosimo interrogò uno per uno i fascisti. Scoprì che uno di loro aveva le sue stesse origini, ostunesi e, senza destare sospetti, lo mise da parte; il suo nome era Antonio Cavallo; dopo aver chiesto al suo capitano di non bollare il nome del prigioniero, lo liberò; ma prima che andasse via i due si scambiarono una foto, nel caso in cui un giorno il destino li avesse fatti incontrare nuovamente.

Qualche mese dopo, esattamente il 14 aprile 1945, Cosimo diede le dimissioni e tornò a casa, dove trovò sua madre che, nonostante l’età avanzata, era lì pronta a riabbracciarlo; i due non avevano avuto più contatti dal 21 maggio 1943.

Giunto sulla soglia della porta, Cosimo notò che sul tavolo c’era la sua foto che aveva dato in ricordo ad Antonio; segno, questo, che il suo nuovo amico era arrivato sano e salvo a destinazione…..omissis…….

 



Fonti:
  • Ippazio “Pati” Luceri: Partigiani e Antifascisti di Terrad’Otranto (Lecce, Brindisi, Taranto). Lecce Grafiche Giorgiani, 2012
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