Somma, Antonio partigiano deportato

“Antonio Somma Francavilla Fontana

Sono nato a Mercato San Severino, in provincia di Salerno, il 19 novembre del 1923.

L’8 settembre 1943 stavo a Salsomaggiore con un reparto del 65° Reggimento Fanteria motorizzato «Valtellina» A.S. Divisione Trieste, aggregato alla sanità presso l’ospedale militale di riserva, allocato nell’’Istituto Nazionale Previdenza Sociale, requisito dall’Esercito. Svolgevo servizio organizzativo e amministrativo.

Ero in libera uscita con alcuni colleghi e, con nostra sorpresa, due ufficiali in bicicletta con in mano una rivoltella ci davano l’ordine di rientrare, senza informarci del perché. In piazza Romagnosi, mentre rientravamo, notammo un gruppo di cittadini che ascoltava la radio ed apprendemmo la ragione per la quale erano cosi attenti. Badoglio, a nome del re. Aveva informato gli italiani che era stato firmato l’armistizio con gli angloamericani. Noi raggiungemmo lo stabile della nostra residenza e con gli altri presenti iniziammo ad interrogarci su cosa fare e su come dovevamo comportarci: la consegna consisteva nella difesa da attacchi di qualsiasi provenienza. Confusi e preoccupati rimanemmo nelle nostre stanze noi meridionali; gli altri del Nord andarono a casa.

La mattinata successiva un tenente cappellano, tale Pici, fu ambiguo sul

futuro. A mezzogiorno ci fu un altro caos ed una ragazza di mia conoscenza, dalla strada, mi invitava a scendere ed indossare vestiti borghesi. Non si

poteva uscire, ma con uno stratagemma riuscimmo a scappare attraverso la rete fognaria, con un commilitone, lo raggiunsi la casa della ragazza e mi vestii in borghese.

Sono rimasto a Salsomaggiore lavoricchiando qua e là. Il decreto di Graziani e Mussolini invitava a ripresentarsi presso i distretti, altrimenti vi sarebbe stata la fucilazione. Conobbi una famiglia che mi ospitò; questa era una famiglia di partigiani che mi consigliò furbescamente di presentarmi al distretto per evitare la fucilazione e poi al momento opportuno fuggire ed andare a lare il partigiano in montagna. Così feci e mi presentai al comando di brigata «Garibaldi» e mi vidi appioppare il soprannome di «scugnizzo», essendo piccolo. Il comandante si chiamava Ettore Cosenza, con nome di battaglia «Trasibulo». Era il 23 ottobre 1944, ed ero in Val di Cerro, presso il passo della Cisa. La brigata si ingrossò e divenne la divisione garibaldina «Val di Cerro». Una notte ero di pattuglia ed incontrai Gracco, un dirigente comunista, commissario della brigata. La prima azione di guerra partigiana avvenne quando fummo attaccati dalle SS e fui inviato come staffetta in moto con un commilitone con una lettera. Avevamo l’ordine di tenere a bada i tedeschi che volevano passare il fiume. Con una mitraglia sparammo un paio d’ore sui movimenti sul fiume e respingemmo l’attacco.

Dopo fui inviato, con un rapporto scritto sulle modalità del combattimento, di nuovo al comando. Se fossi stato fatto prigioniero avrei dovuto ingoiare la lettera. Al ritorno fummo fatti segno da una scarica di mitraglia, e scoppiò una gomma; cademmo in tre, poiché sulla moto avevamo raccolto un altro partigiano. Nella caduta mi procurai delle profonde escoriazioni, ma tornai ugualmente alla brigata a piedi. Mi ricevette un partigiano ebreo di nome Corinto, al quale consegnai la lettera e fui da lui medicalo alla perfezione. A poca distanza dal comando, sempre dentro al bosco, c’erano due prigioniere molto importanti che erano accudite da una vecchietta partigiana. Siccome ero un po’ claudicante fui inviato a vigilare sulle due prigioniere. Sul giornale «Il Partigiano» fu pubblicato un elogio al sottoscritto per l’azione sul fiume ( fonte Istituto di studi del Risorgimento e della Resistenza- Parma –Modena). Rimessomi in piedi fui inviato presso il distaccamento di rifornimento volante «Pablo». Ricevevamo rifornimenti paracadutati dagli americani, e tra questi c’erano i potenti anticarro bazooka, ed io imparai subito ad usare quest’arma. Il distaccamento era presso i locali di un consorzio agrario, nelle vicinanze di Salsomaggiore. Era la metà di dicembre 1944; prima di Natale intervenimmo in azione presso Fornovo Taro, perché i tedeschi stavano attaccando un distaccamento. Tutto il mio gruppo si trovò in difficoltà per la neve ed in battaglia usai il bazooka contro i tedeschi posizionati nelle casermette e sul campanile di una chiesa. Ci furono morti e feriti tra i partigiani, ma i tedeschi rinunciarono all’attacco perché subivano anche loro gravi perdite.

In un rastrellamento, durante il rigidissimo inverno del ’44-45, la mia squadra fu destinata nei pressi di Salsomaggiore. Neve in quantità mai vista, con i tedeschi che ci braccavano da tutte le parti. Dopo aver nascosto le armi, mi rifugiai presso i vigili urbani di Salsomaggiore, dove avevo degli amici. Qui fui catturato dai fascisti delle Brigate Nere, evidentemente in seguito ad una spiata e trasportato a Ponte Chiara in una prigione provvisoria, in un sottoscala. Eravamo in cinque e fummo sottoposti ad interrogatorio: sostenemmo di essere sbandati e non partigiani. Trasferito a Parma con altri cinquanta, ci portarono al carcere consegnandoci alla Gestapo.

Dopo dieci giorni circa di interrogatori e di maltrattamenti, incluse le scosse elettriche e la finta fucilazione fui trasferito a Verona con una corriera, insieme a più di cinquecento prigionieri. Sapevano tutto di me. Un giovane socialista fu picchiato per essersi qualificato tale, in quanto l’unico socialista – sostenevano i tedeschi – era Hitler. A Verona le SS italiane picchiavano più duro dei tedeschi ed io, dopo essere stato colpito in testa con una tavola, mi sentii malissimo e temetti conseguenze serie. Fui poi trasferito a Bolzano, ultima tappa prima di Mathausen. Qui si selezionavano i prigionieri che erano deportati nei vari campi di concentramento.

Per 68 ore restai rinchiuso insieme a settantuno prigionieri, più uno in barella, in un vagone piombato e fermo. Era tra noi un uomo, il professore Perotti, che ci parlò di quale comportamento dovevamo assumere nel campo di concentramento e di come resistere. Ci fecero ridiscendere, sempre a Bolzano, e ci dettero solo un poco di caffè; ritornammo nel vecchio campo e fummo adibiti a lavori sui binari durante i bombardamenti. Altro lavoro fu quello di liberare i binari dai detriti e dal pietrame che coprivano i binari. Si mangiava solo brodaglia. I tedeschi ci trasportarono con i camion a Mathausen e qui invece di gasarci (non c’era più gas) ci portarono nelle «infermerie», e bisognava dimostrare di stare sempre bene, altrimenti si era selezionati per morire di fame. Scheletri e morti era la nostra vita.

Dei cinque che eravamo a Ponte Chiara, da Mathausen ne siamo usciti tutti, ma oggi siamo rimasti vivi solo in due. Il capo di noi cinque era un socialista con il nome di battaglia Teli. Era il più preparato e prese la decisione di andare via tutti e cinque insieme. Era il 30 aprile 1945; nel campo non c’erano più tedeschi e con una marcia di circa cinquanta chilometri al giorno, facendo attenzione ai tedeschi in fuga e mangiando presso i contadini altoatesini, dopo cinque giorni siamo arrivati a Rovereto. Non ci potemmo rifocillare presso le mense dei comitati o dei comuni perché c’erano molti provocatori, ed il socialista Tell ci consigliò sempre bene, anche nel trovale strade sicure. Ci siamo fermati a Malcesine, una frazione di pescatori e contadini. Qui riposammo e mangiammo bene. Sempre Tell ci guidò per attraversare il Lago di Garda con barche a remi. Giungemmo a Gargnano e poi andammo a Brescia. Qui ci presentammo presso il comando dove si raccoglievano gli sbandali e fummo rifocillati. La manina successiva – con mezzi di fortuna – arrivammo a Salsomaggiore dove ci presentammo al comando del distaccamento Pablo che governava Salsomaggiore. Sono rimasto lì fino ai primi di agosto, poi a Bologna e a Firenze e a Roma, sempre con le autorizzazioni degli Alleati per poter accedere ai mezzi di trasporto.

Sono rientrato a Mercato San Severino, a casa, il 15 agosto 1945, festa del Patrono.

Dopo due mesi fui congedato e riconosciuto partigiano. Ripresi il mestiere di scalaro, cioè di costruttore di scale di vario tipo per l’agricoltura per tutto il Sud. Venivo da diversi anni a Francavilla Fontana (dal 1941) per rifinire le scale e poi venderle. Nel 1945, a novembre, ripresi la mia attività per due mesi a Francavilla e poi rientrai per tornare a Francavilla l’8 luglio 1946 e mai più andare via. Presi la tessera del Pci il 30 maggio 1946 a Mercato San Severino.[..]”

 

 

*Nel 1989 eletto componente del Consiglio nazionale dell’Anpi e presidente regionale Puglia

Intervista a  cura di Zongolo Francesco pubblicato su : AA. VV.  SPI CGIL Puglia: “Uomini e donne protagonisti in Puglia”  Levane editori Bari 2001

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