335 martiri uccisi alle Fosse Ardeatine

l´ordine è già stato eseguito” queste sono le parole con cui si concludeva il comunicato emesso la sera del 24 marzo del 1944 alle ore 22,55 dall’alto comando tedesco di Roma e trasmesso dall´Agenzia Stefani, che appare sui quotidiani romani soltanto il giorno dopo (il 25 di marzo) nella loro edizione di mezzogiorno.

Il comunicato in questione che facendo riferimento all’attentato di via Rasella, l’aveva qualificato come “imboscata eseguita da comunisti-badogliani“, dichiarava la volontà di “stroncare l’attività di questi banditi” e rivelava che “per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati”

Il terribile comunicato dell’alto comando tedesco era stato emesso, senza ombra di dubbio, quando i 335 martiri erano già stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca e sepolti nella cava di pozzolana minata dai genieri tedeschi, sulla via Ardeatina poco lontano da Roma.

 

Era accaduto che i giorno prima, il 23 marzo del 1944, una bomba sistemata in via Rasella, da un gruppo di partigiani membri dei GAP ( i Gruppi di Azione Patriottica),aveva ucciso 33 soldati tedeschi e 6 civili italiani.

L’attentato aveva causato la violenta rappresaglia nazista. I tedeschi rastrellarono 335 persone in tutta Roma, e il giorno dopo furono uccise e sepolte nelle fosse Ardeatine. Era stata compiuta una delle stragi più gravi fatte in Italia durante la seconda guerra mondiale e, insieme all’azione di via Rasella, ha continuato a causare polemiche strumentali fino ad oggi.


In realtà nessun annuncio della rappresaglia venne affisso sui muri di Roma e non venne fatta nessuna richiesta di consegnarsi agli autori dell’attentato. La rappresaglia venne portata avanti rapidamente e in segreto. L’annuncio ( come già si è visto) venne dato soltanto il giorno successivo.

Pare che quando gli venne comunicata la notizia dell’attacco, Adolf Hitler chiese una punizione esemplare: cinquanta italiani avrebbero dovuto essere fucilati per ognuno dei soldati tedeschi morti nell’attentato. Scrive infatti Robert Katz, in Roma città aperta,a pag. 265:” Adolf Hitler venne avvertito nel primo pomeriggio, egli dispose una rappresaglia immediata “che avrebbe fatto tremare il mondo”


L’esercito tedesco – come quello italiano quando aveva occupato la Grecia e la Jugoslavia – aveva da sempre praticato la tattica della rappresaglia. Ma una proporzione di uno a cinquanta sembrò eccessiva anche ai militari nazisti. Albert Kesselring, il comandante dell’esercito tedesco in Italia, si oppose insieme a molti degli altri ufficiali e riuscì a persuadere Hitler ad abbassare le sue richieste. Venne deciso che dieci italiani sarebbero stati uccisi per ognuno dei tedeschi morti nell’attentato.

“Alle ore 15.30 arrivarono anche i prigionieri provenienti da Regina Coeli e dopo pochi minuti ebbero inizio le fucilazioni. I prigionieri, suddivisi in gruppi di cinque, vennero condotti nelle gallerie illuminate da soldati tedeschi muniti di torce elettriche; all’entrate del luogo di esecuzione il capitano Priebke richiedeva il nome al condannato e controllava la lista; quindi le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori, all’ordine del capitano Schütz, sparavano un colpo di pistola dall’alto in basso all’altezza del collo; in questo modo si riteneva di ottenere una morte immediata. Un soldato accanto all’esecutore illuminava la scena con un’altra torcia. Il colonnello Kappler prese parte al secondo turno di eliminazione; il capitano Priebke invece sparò con il terzo turno. In totale furono effettuati 67 turni di esecuzioni; mentre all’inizio la procedura di annientamento delle vittime sembrò avviarsi con precisione e disciplina, con il passare del tempo la situazione divenne più confusa” (da R. Katz, Roma città aperta, pp. 288-289)



 

Tra le 335 vittime, 16 sono pugliesi:

 

tra cui un prete, don Pietro Pappagallo, medaglia d’oro al merito civile, e un professore di filosofia, Giacchino Gesmundo medaglia d’oro al valore militare, entrambi di Terlizzi. Diversi i decorati con significative onorificenze al valore militare, tra cui gli ufficiali dell’Esercito Antonio Ayroldi di Ostuni e Manfredi Azzarita, nato a Venezia, figlio di molfettesi; Antonio Pisino di Maglie, ufficiale di Marina, e Federico Carola di Lecce, capitano d’aviazione (arrestato e fucilato assieme al fratello Mario, nato a Gaeta); Umberto Bucci un impiegato nato a Lucera e suo figlio Bruno (arrestati perché trovati in possesso di una copia di «Italia Libera»); due artigiani originari di Andria, Giuseppe Lotti e Vincenzo Saccottelli; Teodato Albanese, un avvocato di Cerignola; Gaetano La Vecchia, un ebanista di Barletta; Nicola Ugo Stame, un tenore lirico di Foggia; Ugo Baglivo un giurista e docente universitario di Alessano, tutti protagonisti dopo l’8 settembre della Resistenza militare e civile contro i tedeschi. A questo elenco va aggiunto anche la medaglia d’oro al valore militare, il maggiore dei carabinieri, Ugo De Carolis, nativo di Napoli, ma tarantino di adozione, al quale è stata intitolata, tra l’altro, nell’immediato dopoguerra, la Caserma della Legione dei carabinieri di Taranto.

 

 

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Antonio Ayroldi

Antonio Ayroldi, nato a Ostuni (Brindisi) il 10 settembre 1906, ucciso alle Fosse Ardeatine era maggiore dell’Esercito. Nel 1925 era entrato nell’Esercito a Roma, come allievo sottufficiale dell’8° reggimento del Genio, specialità telegrafisti. L’anno dopo guadagnò la prima promozione, a caporale. Fece rapidamente carriera e nel 1933 divenne tenente. Quando scoppiò la guerra, fu inviato in Libia, e impiegato nel Comando del XX Corpo d’armata. Dal febbraio del ‘41 al dicembre del ‘42 partecipò alle operazioni di guerra in Africa settentrionale, meritando sul fronte la Croce al valor militare italiana e la Croce di ferro tedesca. Proprio in Africa maturarono le sue convinzioni antifasciste, come testimoniano le lettere alla famiglia.

Rientrato a Roma allo Stato maggiore, dopo l’8 settembre del ‘43, nonostante i bandi tedeschi e italiani, non si arruolò nell’esercito della Repubblica Sociale e si nascose per qualche settimana nella clinica “Bianca Maria”. A novembre entrò nella banda militare comandata dal colonnello Ezio De Michelis, che faceva parte del Fronte clandestino del colonnello Giuseppe Cordero Lanza Montezemolo.

Il suo ruolo era importante: organizzò una rete di informazioni nella Capitale, teneva i collegamenti con le bande dei Castelli e del Lazio Sud, trasportava documenti e carichi di armi e munizioni.

Ricercato dalla polizia, il 2 marzo del ’44 Antonio Ayroldi fu arrestato dai tedeschi con altri partigiani e rinchiuso nel carcere di via Tasso, nella cella n. 11. Il 24 marzo fu fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Dopo la Liberazione è stato decorato “alla memoria” con la medaglia d’argento al valor militare.

Fu scritto sul periodico “La Lanterna”, del 1° maggio 1945: “Pedinato e scoperto viene il 2 marzo arrestato insieme ad altri e condotto nel carcere via Tasso. Interrogatori, torture, sofferenze; ed infine il 24 marzo viene condotto su di un autocarro alle Fosse Ardeatine. Lungo il percorso, tra i passanti, scorge la moglie di un collega e le sorride con rassegnazione ma anche con fierezza.

E’ l’ultimo ricordo che di lui sia restato!

Era un uomo semplice e modesto che dagli affetti concreti e quotidiani, da una vita di lavoro e di onestà ha saputo ascendere alla luce della gloria, esempio di quelle che sono le migliori qualità dei figli della nostra terra.

Onore alla memoria di Antonio Ayroldi. Onore a tutti quanti combattono e muoiono per la libertà della propria Patria.”

Altri militari del fronte clandestino trucidati alle Fosse Ardeatine


Il Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo dall’8 settembre 1943, era incaricato di dirigere l’Ufficio affari civili di Roma. Due settimane dopo è già alla macchia, sotto il nome di ing. Giacomo Cateratto. Per quattro mesi organizza l’attività militare clandestina di ufficiali in gran parte di orientamento monarchico, si collega sia con il governo Badoglio sia con il Comando Alleato, tiene contatti con esponenti del Comitato di liberazione nazionale centrale di Roma. I nazifascisti, furibondi, lo cercano dappertutto; mettono su Montezemolo una grossa taglia. Infine riescono a sorprendere il colonnello nella casa del tenente Filippo De Grenet, che è uno dei suoi principali collaboratori. Arrestato con De Grenet, Montezemolo finisce, con il suo subalterno, nel comando della polizia tedesca di via Tasso. I due ufficiali vengono torturati, ma non parlano. Al colonnello vengono strappati ad uno ad uno i denti; poi i carnefici passano alle unghie dei piedi. Nella motivazione della ricompensa al valore è scritto che l’alto ufficiale, “sottoposto alle più inumane torture, manteneva l’assoluto segreto, salvando così l’organizzazione e la vita ai propri collaboratori”. Due mesi è durato il calvario di Montezemolo, poi lui e De Grenet finirono trucidati, con altre 335 persone, alle Fosse Ardeatine.

Sabato Martelli Castaldi, di anni 47 – generale di Brigata Aerea – nato a Cava dei Tirreni (Salerno) il 19 agosto 1896.Generale a 36 anni – decorato di una Medaglia d’Argento e tre di Bronzo nel 1934 collocato nella riserva perchè, in qualità di capo-gabinetto del Ministero dell’Aeronautica, aveva redatto un rapporto a Mussolini denunciando l’effettiva consistenza e la reale efficienza dell’Arma – direttore, con il generale Lordi pure trucidato alle Fosse Ardeatine, del Polverificio Stacchini di Roma, dopo 1’8 settembre 1943 sabota la produzione destinata ai tedeschi, fornisce al fronte clandestino di Roma e ai partigiani del Lazio e dell’Abruzzo forti quantitativi di dinamite, mine, detonatori e armi, esponendosi spesso di persona per il loro trasporto – esegue e trasmette rilievi di zone e installazioni militari – prepara un campo di fortuna per aerei nei dintorni di Roma -compie missioni militari -. Il 16 gennaio 1914, nel tentativo di ottenere il rilascio del titolare del Polverificio Stacchini , che era stato arrestato, si reca con il generale Lordi in via Tasso – E’ fermato dal colonnello tedesco Kappler venuto in possesso di prove schiaccianti sulla attività da lui svolta e gettato nella cella ove rimarrà 67 giorni – molte volte torturato – Trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine fuori Roma per rappresaglia all’attentato di via Rasella, con altri trecentotrentaquattro detenuti politici prelevati dalle carceri di via Tasso e Regina Coeli Medaglia d’Oro al Valor Militare.