Il 25 aprile in città

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Uno di essi era mio fratello Antonio Ayroldi, maggiore dell’Esercito Italiano

Oggi commemoriamo la liberazione del nostro paese dell’oppressione nazifascista, che si è esplicitata in una molteplicità di tragici episodi in tutta Italia, generando lutti in tante famiglia.

Tra questi drammatici e feroci eventi si inserisce il massacro delle Fosse Ardeatine, avvenuto a Roma il 24 marzo di 70 anni fa.

In questa tragedia italiana sono inserite le singole storie di ognuno dei 335 martiri sepolti nel mausoleo che in loro memoria è stato eretto su luogo dell’eccidio. Uno di essi era mio fratello Antonio Ayroldi, maggiore dell’Esercito Italiano.

Di lui vorrei brevemente parlarvi, perché per noi è stato un esempio, un riferimento della nostra esistenza.

Mio fratello aveva scelto la carriera militare per aiutare una numerosa famiglia orfana di padre, ma anche perché la riteneva coerente con i propri valori. In lui il senso dell’onore e del dovere erano fortissimi, sono stati la guida della sua vita di uomo e di ufficiale.

Ha combattuto in Africa, con una dedizione e una competenza che gli hanno meritato riconoscimenti ufficiali. Lo ha fatto scontrandosi col dualismo che costituiva i dramma di noi tutti, in quell’epoca: l’idea di Patria che non poteva e non doveva essere tradita, da una parte, e il fascismo sempre più liberticida, dall’altra. Mio fratello, proprio per la nobiltà di sentimento del suo amor di Patria, era assolutamente antifascista. In tutti noi è rimasta tatuata la definizione che sinteticamente dava dei fascisti: “Quelli con la camicia e l’anima nera”.

Dopo l’Armistizio, mio fratello si è trovato, in quell’Italia divisa in due, nella parte non ancora liberata. La sua scelta è stata immediata e priva di dubbi: si è unito ai partigiani che operavano nell’Alto Lazio.

Anche nelle battaglie più nobili, non mancano i traditori. Ad uno di essi si deve la cattura di mio fratello, imprigionato e torturato a via Tasso, negli stessi locali in cui oggi ha trovato sede il Museo della Liberazione.

Da lì venne prelevato per essere parte dei 335 martiri dell’infame rappresaglia tedesca, che ebbe tragica conclusione alle Fosse Ardeatine.

Molte bugie si dissero, la peggiore è quella che, consegnandosi, gli autori dell’attentato di via Rasella avrebbero salvato i 335. La Storia non mente: la sentenza infame era già stata eseguita quando apparve sui muri e sui giornali l’intimazione a congegnarsi. Fu un inutile e meschino tentativo di addossare ad altri partigiani le responsabilità che ricadono soltanto sulla coscienza dei nazifascisti.

Non vi dirò dello strazio dei riconoscimento delle salme da parte dei famigliari, a guerra finita. Vi dirò invece che ogni anno il 24 marzo ci ritroviamo presso le tombe dei nostri cari, rinnovando un dolore che il passare del tempo non guarisce.

Il silenzio che regna in quel mausoleo, l’incombere della massiccia copertura di pietra, gli scarsi raggi di luce che a malapena rischiarano l’ambiente mi portano a ricordare mia madre, donna dolcissima e senza sorriso, che cercava, senza riuscirvi, di nascondere a noi figli sopravvissuti il suo pianto disperato.

La generazione testimone di questo sacrificio, la mia generazione, è in via d’estinzione. Nella mia famiglia, sono l’unica rimasta. Però ci sono i miei figli e i miei nipoti, e poi ancora i loro figli.

E’ a voi ragazze e ragazzi qui presenti, che siete parte di quest’ultima generazione, che mi rivolgo.

L’esempio che state ricevendo in questi tempi dominati dal consumismo e dalla precarietà dei valori fondamentali della vita non è dei più incoraggianti.

Ma sono proprio i valori per i quali i nostri martiri hanno sacrificato la vita che potranno essere per voi esempio, guida e conforto nella costruzione di un futuro migliore, in cui la parola umanità acquisti finalmente un significato degno della grandezza del suo nome.

Una società che perde la propria memoria storica è condannata a ripetere errori e drammi: siate sacerdoti della memoria. Come il tedoforo alle Olimpiadi pota la fiamma della pace attraverso il tempo e lo spazio, prendete nelle vostre mani il racconto della nostra storia e fatene luce per le generazioni future. L’oscurità è sempre in agguato, guai a rompere la catena di trasmissione del sapere, soprattutto del sapere storico.

Parlate, studiate, narrate. Mio fratello, e i molti morti sul cui sacrificio si fonda la nostra libertà, ve lo chiedono. Grazie.

Isabella sorella di Antonio Ayroldi