Agosto 1942 Monteleone di Puglia la resistenza iniziò con le donne

Fu impartito personalmente dal prefetto di Foggia Giovanni Dolfin l’ordine del gigantesco rastrellamento contro l’intera popolazione di Monteleone di Puglia, costituita in gran parte da donne. Era l’ultima settimana dell’agosto 1942. Dolfin fu in seguito nominato capo della segreteria personale di Benito Mussolini. Nel piccolo centro dell’Appennino Dauno, uno dei più alti della Puglia, al confine con l’Irpinia, la collera popolare esplose nella prima mattinata del 23 agosto di settant’anni fa in seguito alla decisione del comandante della stazione dei carabinieri – sulla base delle rigide disposizioni prefettizie relative agli ammassi del grano – di sequestrare alcune pentole (pignatte) contenenti granaglie mentre gli abitanti facevano la fila davanti al forno del paese.

Immediatamente scattò la solidarietà ed un nutrito gruppo di donne – che avevano mariti e figli in guerra – si recò dal podestà, proprietario della farmacia del paese, al grido «Vogliamo il pane, vogliamo sfarinare». Sul posto intervennero immediatamente alcuni militi dell’arma che operarono diversi fermi. Nel frattempo le donne, aumentate di numero, si diressero verso la caserma ed iniziarono a protestare. La situazione degenerò in seguito alla decisione dei carabinieri di sparare alcuni colpi per disperdere la folla, provocando alcuni feriti. La reazione popolare fu durissima. Si iniziò un nutrito lancio di pietre ed alcuni manifestanti non esitarono a devastare l’ufficio degli ammassi del grano, del municipio, a tagliare i fili del telegrafo e ad appiccare il fuoco alla caserma.

Allertata la prefettura, Dolfin in persona, alla testa di diversi contingenti di forza pubblica, reclutata in tutta la provincia, dispose l’arresto di circa cento persone, in gran parte donne che furono rinchiuse nelle carceri di Lucera, di Bovino, di San Severo e dello stesso capoluogo. Nell’immensa retata finì anche un ragazzo disabile, alcuni infermi ed un donna con una bambina di pochi mesi. Quest’ultima – come si legge negli atti giudiziari – dopo poco tempo morì nel carcere di Lucera per «sopravvenuto malessere».

Il regime di detenzione per 64 imputati, a causa delle lungaggini dell’istruttoria si protrasse per più di un anno. La liberazione dei monteleonesi avvenne dopo tre mesi dalla caduta del fascismo, il 27 e il 28 ottobre ad iniziativa delle forze d’occupazione anglo-americane.

Decisiva si rivelò l’azione di due prigioniere di guerra britanniche, detenute a Lucera, consapevoli della inaudita repressione nei confronti della popolazione del piccolo centro della Capitanata. Ma le sofferenze per le donne di Monteleone si protrassero per alcuni anni. Infatti la conclusione del lungo iter processuale avvenne solo il 9 maggio del 1950 davanti alla Corte di Assise di Lucera che dichiarò «di non doversi procedere per i reati rispettivamente ad essi contestati perché estinti per amministia». Nel corso del dibattimento si sottolineò che «la rivolta di Monteleone, sia pure per cinque o sei ore, tolse ogni potere alle autorità fasciste; se lo stesso fatto si fosse verificato in moltissimi comuni d’Italia, il fascismo non sarebbe caduto un anno dopo ma sin da allora».

La memoria di eventi così tragici che colpirono questa piccola ma fiera comunità si disperse nel secondo dopoguerra anche a causa dell’imponente fenomeno migratorio. Molti protagonisti e testimoni di questa protesta, contro la guerra e contro il regime, decisero, nel secondo dopoguerra, di emigrare nell’America del Nord, in particolare Toronto, capoluogo dell’Ontario, portandosi dietro i segni di violenze e sofferenze patite in uno dei momenti più bui dell’intera storia del Novecento.

 

di VITO ANTONIO LEUZZI