L’insurrezione di Napoli e la resistenza del Mezzogiorno.

Maddalena Cerasuolo combattente nella 4 giornate di Napoli, medaglia di bronzo al V.M.

La situazione del Mezzogiorno nelle tragiche giornate dell’autunno è la situazione della parte d’Italia su cui la guerra, l’urto fra i due opposti eserciti grava con tutto il suo peso aggiungendo lutti a lutti,rovina a rovina.

I primi episodi di resistenza s’intrecciano, specie in Puglia, come abbiamo visto, con quelli dell’esercito in via di dissoluzione, e sono sommersi dal fragore della battaglia di Salerno che si svolge con alterne vicende: gli angloamericani corrono il rischio d’essere ributtati a mare e debbono soltanto all’intervento massiccio dell’aviazione il successo finale.

Rapidamente liberata è Taranto con uno sbarco dal mare (forse l’unico sbarco tempestivo eseguito dogli angloamericani in tutto il corso della campagna d’Italia) e ritiratisi i tedeschi dall’estremo lembo della penisola, mentre il corpo di spedizione proveniente dalla Sicilia risale faticosamente la Calabria, tutto il peso della lotta si concentra nella Campania, e Napoli si trova al centro della formidabile pressione.

II 12 settembre il colonnello Scholl assume il « comando assoluto» con un proclama in cui impone lo stato d’assedio, il coprifuoco e la consegna delle armi:

 

Ogni singolo cittadino che si comporla calmo e disciplinalo avrà la mia protezione. Chiunque però agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche verrà passato per le armi. Inoltre il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell’autore verranno distrutti e ridotti a rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato [ sic ] cento volte… Cittadini, mantenetevi calmi e siate ragionevoli. Questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un grande numero di ufficiali e soldati germanici che non tacevano altro che adempiere i propri doveri, furono vilmente assassinali o gravemente feriti…

 

I « doveri » dei nazisti si esplicano a Napoli nel saccheggio e nella distruzione: e la loro furia, che travolge soldati sbandali, e cittadini inermi, raggiunge il culmine nell’incendio della Università. Gli edifici vengono invasi e dati alle fiamme, la popolazione rastrellata per

le vie è costretta ad assistere in ginocchio all’esecuzione di un marinaio sulla soglia dell’Università; una lunga colonna di deportali viene avviata verso Aversa. quattordici carabinieri, rei d’aver resistito al palazzo delle Poste, vengono fucilati nel corso della tragica marcia. È dall’Università che s’inizia la distruzione metodica della città che secondo gli ordini di Hitler avrebbe dovuto essere ridotta « in fango e cenere »; e la scelta del punto di partenza del piano terroristico non e. probabilmente, casuale: era infatti nello stesso Ateneo che dopo il 25 luglio avevano risuonato più alte le parole della liberta, come nel proclama del I° settembre con cui il rettore magnifico Adolfo Omodeo ricordava ai giovani che « i loro maestri erano della generazione del Carso e del Piave e comprendevano il loro affanno ».

S’inizia poi la sistematica distruzione delle zone industriali, del grande stabilimento ILVA di Bagnoli, mentre tutta la città è messa a sacco.

Nella scia del terrore nazista riappaiono infine gli spettri del passato, i fascisti e un tale Tilena lancia il 24 un manifesto per la mobilitazione a fianco dei tedeschi:

 

La regina del Mediterraneo che le forte plutocratiche credono di avere in loro sicuro e definitivo dominio, saprà esprimere come sempre la scelta della propria strada e la deteminazione del tutto osare per il bene della patria e per l’onore del suo popolo.

 

Malgrado la vistosità del premio d’ingaggio (3ooo lire d’allora) solo due o trecento sgherri rispondono all’appello. Già due giorni prima il prefetto Soprano aveva firmato il bando per il servizio obbligatorio del lavoro in base al quale dovranno presentarsi entro tre giorni dal 22 settembre tutti gli uomini validi tra i 18 e i 33 anni, pena le più gravi sanzioni.

Allo scadere dei termini previsti risulta che tutta la gioventù napoletana ha rifiutalo d’obbedire al bando e in un « avviso» del 25 settembre « il Comandante di Napoli » e costretto ad accusare il colpo, il primo grosso colpo ricevuto dall’orgoglio nazista in Italia.

 

Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile dovevano presentarsi altre 30 000 persone Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate germaniche e del Ministero dell’Interno italiano. Incominciando da domani per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che, non presentandosi, sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati. Il Comandante di Napoli.

 

La forma rozza e sgrammaticata urta ancora oggi a rileggere le lugubri righe: ma a pensarci bene, fa piacere che in quell’occasione il criminale nazista non abbia trovato nemmeno un italiano disposto a tradurre nella propria lingua il suo scoppio d’ira.

La resistenza passiva è la prima avvisaglia dell’imminente insurrezione che sta per scaturire da quel silenzio minaccioso, da quell’apparente noncuranza di fronte alle più gravi minacce.

Sembra quasi che la popolazione napoletana abbia deciso di « scherzare col fuoco », di ostentare il più assoluto disprezzo o indifferenza per «la legge germanica» che pure s’è imposta dovunque.

Ma è «un’indifferenza » che cela dentro di sé qualcosa di più profondo che è pronto ad accendersi al primo urlo: non è solo la disperazione per le condizioni attuali, per le condizioni selvagge in cui è stata ridotta Napoli, priva di cibo e d’acqua, sgombrata a viva forza e distrutta nei quartieri verso il porto (nello spazio di ventiquattro ore. Dal 23 al 24, settembre, oltre 200 000 persone restarono senza tetto). È quella «collera» cupa che sempre fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Mezzogiorno.

Se vogliamo citare una fra le tante premesse che rendono « comprensibile» l’insurrezione napoletana, basterà ricordare un solo episodio di cronaca dell’ormai lontano agosto ’42: in tale epoca il prefetto fascista aveva ammonito la popolazione a non farsi arrestare solo per « poter trovare qualcosa da mangiare in carcere». Che è un fatto nella sua semplicità, altrettanto significativo e altrettanto incredibile quanto l’insurrezione napoletana; si pensi al cumulo di sofferenze, a quanta disperazione e a quanta miseria siano necessarie per arrivate a questo punto: al punto in cui la povera gente, la plebe napoletana è stata costretta a scegliere «volontariamente » la via del carcere pur di nutrirsi!.

Evidentemente il colonnello Scholl quando emanava quegli editti non sapeva di camminare su un terreno minato, sul terreno dove più che in ogni altra città d’Europa il dolore e la miseria avevano accumulato le loro cariche esplosive. Quando la mina scoppiò, fu con tale violenza da sorprendere i nazisti che tutto s’aspettavano fuorché di dover rinnovare in pieno secolo XX la dura esperienza dei soldati di Radetzky nel lontano Risorgimento.

Definire le Quattro Giornate di Napoli come « un’insurrezione » vera e propria è già dire qualche cosa di troppo preciso di fronte a un fenomeno che ha tutte le caratteristiche grandiose e indefinibili d’un fenomeni» della natura: poiché il termine «insurrezione» nei tempi moderni presuppone un piano da parte degli insorti, degli obiettivi precisi da raggiungere e già prestabiliti sulla carta; presuppone un Comando, una prospettiva di lotta, un successo o una sconfitta.

Mentre a Napoli mancano tutti questi elementi che saranno evidenti nell’insurrezione di Parigi o di Praga o di Genova: ed e ancor oggi difficile dire che cosa si proponessero gl’insorti di Napoli, se cacciare i tedeschi ormai già ridotti a un presidio di scarsa entità, se sbarrare la città alle colonne in ritirata, oppure impedire le ultime distruzioni.

In realtà questi obiettivi che sono gli obiettivi logici di qualsiasi insurrezione, balenarono qua e là nel corso delle Quattro Giornate e possono essere colti o isolali a fatica nel corso della lotta.

Ma non ciò era importante. Importarne era invece dare addosso al tedesco, sfogare sull’ultimo oppressore l’ira cosi a lungo repressa, colpirlo ovunque e con tutti i mezzi. E l’ordine, la successione logica che oggi noi possiamo dare agli avvenimenti ricostruendo sulle testimonianze frammentarie e spesso discordanti l’insurrezione di Napoli, acquista necessariamente il sapore d’una ricostruzione artificiosa, fatta a posteriori e a freddo; poiché e veramente impossibile descrivere l’incendio quando esso si propaga in una materia così infiammabile, nei suoi guizzi e nelle sue vampate, nelle sue pause improvvise e nella sua furia di distruzione.

Sembra ormai accertato quale sia stato l’antecedente diretto dell’insurrezione: l’abbandono da parte dei nazisti delle caserme e dei depositi militari contenenti ancora piccole quantità di armi e munizioni. Probabilmente i tedeschi ritennero che il suddetto materiale bellico non avesse importanza, né sarebbe stato utilizzato dalla popolazione contro di loro dopo gli infiniti esempi di terrore, dopo la deportazione di ottomila giovani come misura di rappresaglia per il mancato rispetto del bando Scholl. Certo e che, fatto forse unico nella storia delle insurrezioni, fu lo stesso oppressore a fornire all’oppresso l’occasione per armarsi: nella notte tra il 27 e il 28 settembre la popolazione si alternò in un incessante via vai tra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d’indumenti, gli uomini in cerca d’armi e munizioni.

Molte armi erano state già nascoste e conservale gelosamente nei giorni dell’armistizio: ora la determinazione dì usarle, di cercare dovunque nuove scorte di esse, di scendere finalmente «in istrada » era sbocciata improvvisa come l’unica possibile. Il popolo aveva « fatto la sua scelta », ma in senso opposto a quello richiesto dal proclama fascista. Già nel pomeriggio e nella sera del 27, sollecitati, sembra, dalla falsa notizia dell’arrivo degli inglesi a Pozzuoli e a Bagnoli, si erano avuti i primi rapidi scontri, le prime scaramucce in più punti della città, episodi in apparenza casuali, certamente non collegati l’uno con l’altro (un gruppo di cittadini che reagisce al saccheggio della Rinascente, un altro gruppo che liberò a piazza Dante dei giovani razziati, due guastatori tedeschi inseguiti a furia di popolo al Vomero), ma altrettanto certamente rivelatori d’uno stato d’animo ormai comune.

Arriva un momento nel corso delle sofferenze popolari in cui le armi sparano da sole. Ciò si verificò all’alba del 28 settembre in cui la rivolta esplose fulminea al Vomero e da Chiaia a piazza Nazionale.

Non vi furono collegamenti fra un centro e l’altro dell’incendio, ma l’insurrezione cominciò ad ardere in decine di punti diversi: cercando di spegnerla affrettatamente, percorrendo la città in ogni senso e sparando all’impazzata i nazisti si fecero essi stessi propagatori dell’incendio, si portarono appresso la scia inestinguibile della rivolta.

Il 28 settembre e la giornata dell’ardimento popolare sfrenato e travolgente: né mai più capitò ai tedeschi di rivedere quel che accadde allora a Napoli, come un fatto irripetibile nella storia. Poiché mai un esercito moderno fu attaccato in tal modo e fu sgominato da un avversario così privo di mezzi, cosi imprevisto e così audace. Un avversario che ha in testa alle sue schiere non soldati esperti di guerra, ma eroi giovinetti. Tra le decine e decine di combattimenti, fra i tanti episodi delle Quanto Giornate è doveroso ricordare almeno i nomi di alcuni adolescenti, fanciulli quasi, vero e proprio simbolo dell’insurrezione napoletana, la prima, la più giovane delle insurrezioni europee sotto il giogo nazista, la vittoria di David su Golia.

Il dodicenne Gennaro Capuozzo funziona da servente a una mitragliatrice in via Santa Teresa presa sotto il fuoco di carri armati tedeschi, finché cade sfracellato, colpito in pieno da una granata sul posto di combattimento.

Filippo Illuminato e Pasquale Formisano, l’uno di tredici, l’altro di diciassette anni corrono incontro a due autoblinde che da via Chiaia cercano d’imboccare via Roma. « Lo scontro fu assai breve, ma impressionante, vi fu chi vide due intrepidi giovanetti avanzare decisamente sotto le impetuose raffiche di mitragliatrice fino a quando caddero esanimi a pochi passi dalle autoblinde, nell’atto di scagliare ancora una bomba». Già sono state spazzate via nel fuoco

della lotta le bande dei pochi fascisti postesi al servizio dell’invasore: restano soltanto i “cecchini” a colpire alle spalle i patrioti, preludendo con la loro azione a quanto accadrà in un giorno ancora lontano a Firenze.

Tutto si è svolto senza un piano, senza collegamenti fra i vari quartieri o gruppi d’insorti anche se talvolta l’azione degli uni ha contribuito al successo di quella degli altri. Esempio maggiore di questa naturale confluenza degli sforzi insurrezionali l’azione svolta da un gruppo di patrioti che a Moiarello di Capodimonte s’impossessano di una batteria da 37/54 e riescono a bloccare per tutta la giornata il tentativo di una colonna di carri Tigre e di autohlinde tedesche di scendere da Capodichino sulla città; probabilmente, se quel tentativo fosse riuscito, la lotta popolare avrebbe avuto un corso diverso o comunque più sfavorevole e cruento.

Solo lentamente, dopo questo impeto furioso e disordinalo che non dà requie al nemico, la rivolta popolare comincia ad organizzarsi, a individuare alcuni obiettivi da conseguire nella ininterrotta ondata del combattimento a viso aperto. Sorge la prima barricata a piazza Nazionale, vengono costituite postazioni d’arme presso il Museo, si chiarisce l’indirizzo principale sono spontaneamente: impedire che il tedesco attraversi la città verso nord nel corso del ripiegamento e gettare così il disordine e il panico nelle sue truppe incalzate da vicino dagli alleati.

Intanto, sul Vomero si è accesa fin dall’alba la battaglia o meglio la serie fitta di scontri che ha luogo si può dire in ogni sua via o in ogni piazza. Nel corso di essi si determina un obiettivo principale; la conquista del « centro » del quartiere costringendo i tedeschi a ripiegare da via Luca Giordano che lo attraversa diagonalmente. L’attacco viene eseguito a squadre e a balzi successivi come in una manovra di guerra regolare. Poi. dopo la furia popolare, anche la furia degli elementi si abbatte sul Vomero: un violento uragano fa sospendere le operazioni e nella notte il nemico perlustra le strade alla caccia degli insorti dileguatisi con le prime ombre.

Il 29 segna il culmine dell’insurrezione napoletana e, mentre prosegue il generoso afflusso dei giovani e degli adolescenti fra le file degli insorti (muore sotto il fuoco d’un’autoblinda il non ancora ventenne Mario Menichini), affiorano i primi elementi organizzativi. Al Vomero si costituisce il Comando partigiano per iniziativa di Antonino Tarsia. In ogni rione emerge nel corso della lotta una figura di «capo-popolo» intorno a cui gravitano i gruppi degli insorti: a

Chiaia si fa luce Stefano Fadda, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimome, decine e decine di nomi prima oscuri s’affacciano alla vivida luce della storia, servono di richiamo e d’incitamento ai combattenti.

L’introduzione di questo elemento cosciente nel fuoco dell’insurrezione si fa subito evidente nei risultati: si moltiplicano le barricate alla salita di Santa Teresa, a Foria, in via Salvator Rosa, alla rampa di San Potito contro cui s’accaniscono i carri Tigre del nemico (non più bloccati dalla batteria partigiana di Moiarello messa definitivamente a tacere). Ovunque gli scontri diventano più intensi e persistenti: nel solo settore Vincenzo Cuoco i patrioti perdono 12 morti e 32 feriti.

E affiora anche quello che in un ancor remoto futuro sarà l’elemento classico dell’insurrezione del Nord: un gruppo di popolani, fra cui si distingue l’operaia ventenne Maddalena Cerasuolo, attacca i guastatori tedeschi al ponte della Sanità, assicurando cosi le comunicazioni fra il nord e il centro della città. A Capodimonte è strenuamente difeso dai partigiani del rione l’unico serbatoio rimasto intatto dall’immane distruzione ed assicurato, in seguito al successo dell’azione, il rifornimento dell’acqua potabile ad alcuni rioni ancora per due o tre giorni.

Si combatte con estremo accanimento non solo nella città, ma alla sua estrema periferia, come nel quartiere di Ponticelli, ove si svolgono alcuni degli scontri più aspri e delle più feroci rappresaglie.

L’episodio risolutivo si verifica infine al Vomero.

Continua intanto la lotta al Vomero e vengono reiterali gli attacchi, sotto la guida di Vincenzo Stimolo, al campo sportivo, finché il comandarne del presidio maggiore Sakau chiede di trattare la resa. Accompagnato con bandiera bianca presso il Comando superiore germanico al Corso, lo Scholl, edotto della situazione, è costretto ad ordinare l’evacuazione del campo sportivo e la restituzione dei 47 ostaggi detenutivi, purché i partigiani garantiscano l’immunità al presidio tedesco. È in sostanza, una capitolazione. la più grave umiliazione per lo Scholl che aveva creduto d’imporre il suo dominio alla città e che ora chiede salva la vita per i suoi soldati a un gruppo di « straccioni» ribelli; in avvenire quegli «straccioni » ribelli imporranno condizioni ancora più dure nella grande insurrezione nazionale: oggi e questo il maggior risultato possibile.

Il 30, pur essendo stata evacuata in massima parte la città dai tedeschi, continuano i combattimenti. Il nemico si lascia dietro la lugubre scia delle rappresaglie: gruppi di guastatori tedeschi, attardatisi nella ritirata, massacrano alcuni giovani in località Trombino.

Alla Pigna, nella masseria Pezzalunga. s’ingaggia l’ultimo combattimento delle Quattro Giornate, con violenti corpo a corpo fra i patrioti e i tedeschi, mentre nella città risuonano ancora le fucilate in via Duomo, via Settembrini, piazza San Francesco. Ancora il I° ottobre il tedesco attua l’ultima rappresaglia e apre un violento fuoco sulla città con un gruppo di bombarde piazzate nel bosco di Capodimonte, portando lo sterminio fra la popolazione sino quasi a mezzogiorno: un’ora prima dell’entrata dei primi carri armati angloamericani nella città liberala. Costretto alla fuga, ferito nel suo orgoglio, il nemico ha un unico modo di sfogare la sua rabbia per il colpo ricevuto di cui intuisce la gravità per la sua sorte futura in Italia: distruggere le più preziose memorie di quel popolo che non ha piegato la testa socio i suoi ordini, consumare la più atroce vendetta. A San Paolo Belsito, presso Nola, i tedeschi danno fuoco all’Archivio Storico di Napoli, cioè alla maggior fonte per la storia del Mezzogiorno dal Medioevo in poi; e ritengono forse così di cancellare dalla faccia della terra una delle zone più importami della civiltà italiana; mentre quella « civiltà ». pur mutilata irrevocabilmente nel suo passato, risorge invece dinanzi ad essi: è la «civiltà» nuova del popolo napoletano che dalle Quattro Giornate prenderà lo slancio per l’avvenire, un documento questo che non potrà essere mai più distrutto, qualunque sia la vicenda futura. Come non sarà mai dimenticato il tragico bilancio dell’insurrezione napoletana: 152 combattenti caduti, 140 caduti civili, 162 feriti. 19 caduti ignoti (l’elenco delle perdite continua ad accrescersi anche dopo la liberazione della città: nel pomeriggio del 7 ottobre il palazzo delle Poste, appena riattivato, saltò in aria a causa delle mine lasciatevi dai tedeschi, provocando la morte dì molti cittadini).

Napoli non fu divisa nel corso dell’insurrezione in «patrioti» e « borbonici » com’era accaduto all’alba del Risorgimento (quei pochi fascisti avevano semmai reso ancor più evidente, nel loro isolamento, la compattezza del popolo) fu unita intorno ai suoi mille e più combattenti. Sulle barricate s’incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come la «Lenuccia» (Maddalena Cerasuolo) e gli esponenti della piccola borghesia meridionale: un Tarsia insegnante a riposo, un Fadda medico-chirurgo,un Murolo impiegato.

Parteciparono alla lotta gli studenti del liceo Sannazzaro al Vomero, gli scugnizzi dei quartieri popolari, gli intellettuali come Alfredo Paruta che iniziò il I° ottobre la pubblicazione del giornale « Le barricate »; come gli operai delle fabbriche napoletane. E certo nell’ondata della collera popolare si erano inseriti – qua e là – gli elementi antifascisti consapevoli. Ma l’insurrezione rimase fino all’ultimo un fatto « spontaneo », senza cioè che potessero prevalere in essa gli elementi d’una guida unitaria e anche una chiara coscienza politica dell’accaduto ( tant’è vero che il suo ricordo verrà come sommerso dall’occupazione alleata, per poi essere « riacquistato », inserito nella storia cittadina solo nelle lotte popolari del dopoguerra).

Affermare o confermare questa sua « spontaneità » non significa tuttavia diminuirne l’importanza.

L’insurrezione di Napoli non fu tuttavia, malgrado i suoi caratteri d’eccezione, un fatto isolato in se stesso, fu anzi il primo e più forte contributo portato dal Mezzogiorno alla storia unitaria d’Italia.

Il ricordo di Napoli inciderà profondamente sull’atteggiamento dell’esercito nazista in Italia costringendolo a muoversi con cautela nelle grandi città, a esercitare le sue rappresaglie nei luoghi più remoti della campagna italiana, li d’altra parte sarà sempre presente nelle file della Resistenza poiché è la migliore, la più perentoria dimostrazione della «possibilità» dell’insurrezione cittadina. «Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu d’allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana».

caduti dell'isurrezione di Napoli nella camera ardente allestita nella palestra del liceo Sannazaro

Nel clima delle Quattro Giornate di Napoli e da collocarsi quell’ignorata «rivolta del Mezzogiorno» che s’accese nella parte più stretta della penisola fra il Tirreno e l’Adriatico dalla fine del settembre alla prima meta dell’ottobre ’43, prima che il fronte si stabilizzasse definitivamente a Cassino. Dall’Irpinia e dalla Terra di Lavoro al Molise e all’Abruzzo decine c decine di episodi dì lotta contro il tedesco, di rapidi scontri e di violente rappresaglie contrassegnarono la tragica alba della guerra di liberazione, espressero la « collera » del Mezzogiorno contro l’invasore tedesco, un improvviso e quasi brusco risveglio ad un clima durissimo di combattimento e di sacrificio, eppure già preannunciato e «anticipato» dagli episodi di « rivolta contadina », anch’essi tutti da « riscoprire » e da approfondire, verificatisi nelle stesse regioni durante l’ultima fase del regime fascista. Il primo esempio fu dato da Matera che con la fulminea insurrezione del 21 settembre mise in fuga il tedesco e scontò l’atto d’audacia con la strage di 11 ostaggi fatti saltare in aria insieme alla caserma dov’erano stati rinchiusi. Il più largo contributo di sangue (circa 500 caduti) fu pagato dalla Terra di Lavoro, la zona in cui non soltanto s’addensava la disperazione dei braccianti, ma erano sopravvissuti, come a Capua, gli elementi d’una lotta consapevole contro il fascismo, l’organizzazione clandestina del Partito comunista.

In Acerra data alle fiamme dai guastatori tedeschi (I° ottobre) i contadini costituiscono delle barricate con i carri agricoli e tentano di sbarrare la strada ai carri Tigre: questi abbattono la debole difesa e 200 persone vengono massacrate per rappresaglia. Insorge Rionero in Vulture, insorge Santa Maria Capita Vetere ove due soldati sovietici evasi dalla prigionia impegnano con il fuoco d’una mitragliatrice lungamente il nemico finché non vengono polverizzati, stretti alla loro arma, sotto i colpi dell’artiglieria tedesca; insorge Capua presso le cui porte combatte strenuamente il giovinetto quindicenne Carlo Santagata finché non viene catturalo e impiccato dai nazisti (5 ottobre). 19 carabinieri, fedeli al giuramento, sono massacrati a Teverola, 7 innocenti, fra cui tre sacerdoti quasi ottantenni, sterminati presso Garzano come rappresaglia ad un’azione partigiana. Per un tedesco ucciso a Bellona « per motivi d’onore » da parte di alcuni contadini per vendicare l’oltraggio recato ad una giovinetta ilei luogo, ben 54 cittadini vengono allineati sull’orlo d’una rupe a picco e sospinti verso l’abisso a raffiche di mitraglia.

Contemporaneamente, sull’altro versante della penisola, verso l’Adriatico, insorge Lanciano, riproducendo in scala minore, ma con uguale intensità, il grande esempio di Napoli. Tre giornate di tumulto popolare e di combattimento (4-6 ottobre), le armi ricuperate a furia di popolo nelle caserme locali, l’urto del nemico affrontato a viso aperto dalla gioventù. Sotto il bombardamento dei tedeschi decisi a riconquistare ad ogni costo la città, correva fra la popolazione, come è annotato in una relazione ufficiale, la parola d’ordine in dialetto: « Iame, iame a la guerra ». Tutta l’insurrezione e come impregnata d’un forte sapore locale: la più tipica insurrezione « di provincia» di tutta la lotta di liberazione.

La provincia italiana, generalmente remota dalle grandi vicende storiche, abitualmente «passiva » nel suo stato di segregazione, si risvegliò a Lanciano dando prova della sua vitalità, l’eco qualche frammento di cronaca da cui emana vivo questo senso diremmo ancor vergine degli affetti:

I genitori, pur sapendo i figli impegnati, non piangevano, ma solo chiedevano dell’andamento dell’azione Gli inermi si adoperavano come portaordini, per il trasporto delle munizioni e dei feriti, centuplicando i loro sforzi per emulale chi combatteva. Con eguale cura venivano raccolti i tedeschi feriti e portati all’ospedale. Un vecchio che trasportava le munizioni, nel punto di maggior pericolo, dietro le Torri Montanare, attendeva all’opera cantando e fumando ed ebbe la pipa asportala da un proiettile di fucile. Aveva sempre per sé due bombe a mano per servirsene, diceva, in caso di incontro con i tedeschi.

I nostri morti giacevano la dove avevano avuto la consegna dì combattere. I genitori, i congiunti li ricercarono poi per dare ad essi sepoltura, mutamente, senza pianto.La madre di Bianco Vincenzo, ferito a morte in combattimento e finito con la mitragliatrice dalla brutalità teutoni», che ebbe altri due figli impegnati nell’azione, volle raccogliere il corpo esanime del figlio e tulle sue braccia, pietosamente, lo riporto a casa. I vicini facevano ala e s’inginocchiavano al suo passaggio. Un caduto. Sammaciccia Pierino, col proprio sangue lasciava sull’asfalto della piazza l’impronta del suo corpo. Per mesi, nonostante l’insistenza delle piogge e poi anche la neve, l’impronta rimase sempre viva a raffigurare il caduto, che sembrava dovesse colà risorgere.

C’è il clima d’una vecchia civiltà popolare, che risparmia i caduti nemici e venera i propri come santi, un tono di « sacra rappresentazione» medievale specie nell’ultimo e suggestivo accenno, in quel persistere miracoloso dell’« impronta » d’un caduto malgrado le intemperie e il passar del tempo. Tanto più vivo ed evidente questo sentimento di « pietà religiosa » se si contrappone alla barbarie nazista: i tedeschi fucilano per rappresaglia dodici cittadini, bruciano l’abitato, impiccano a un albero, dopo averlo torturato e accecato, Trentino La Barba: il primo dei mille e mille impiccati della Resistenza italiana. Undici giovani caddero fra il popolo di Lanciano, in

gran parte meno che ventenni, circa cinquanta i morti tedeschi.

Dopo aver sedato l’insurrezione, il Comando nazista condannò la città ad essere interamente sgombrata, ma inutilmente: i lancianesi resistettero sul posto, annidati nei rifugi, nelle cantine, fin nelle fogne, per tutto il durissimo inverno.

Troveremo nello studio della Resistenza certamente fatti più complessi, avvenimenti di maggior rilievo politico e militare: ma non troveremo più cosi evidente come nella situazione del Mezzogiorno, questo « urto elementare » fra la dominazione nazista e il popolo italiano: non ci sono dubbi o esitazioni da parte degli oppressi, c’è la scelta immediata della « strada giusta » imboccata d’istinto fino alle sue estreme conseguenze. Gli avvenimenti che trova-

no la loro origine nell’8 settembre, dalla resistenza di Porta San Paolo a quella dei partigiani all’estero, da Napoli a Lanciano, formano un unico ciclo « storico » determinato con diverse accentuazioni dalla riscossa popolare, in netto contrasto con i calcoli sbagliati, con la

viltà o col tradimento della vecchia classe dirigente.

Perciò ci sembra giusto concludere la rassegna di questa serie tumultuosa eppure coerente d’avvenimenti, con la citazione d’un episodio di « resistenza » contadina che può suggellare il significato dell’intero periodo. La migliore risposta a coloro che ancora oggi parlano di « fatale disorientamento », di difficoltà o di dubbi nell’identificare quale allora fosse il nemico. Esso ci è narrato e tramandato in un’epigrafe di Benedetto Croce che riconobbe, in tale occasione, l’insegnamento profondo, « la parola di verità » che scaturiva senza esitazione dall’animo della povera gente.

 

Presso Caiazzo | Nel luogo detto San Giovanni e Paolo | Alcune famiglie

campagnuole | Rifugiate in una stessa casa | Furono il XIII ottobre MCMXLIII

| Fucilate e mitragliate | Per ordine di un giovane ufficiale prussiano | Uomini

donne infanti | Ventitre umili creature | Non d’altro colpevoli | Che di avere

inconscie | Alla domanda dove sì trovasse il nemico | Additato a lui senz’altro

la via | Verso la quale si erano volti i tedeschi | Improvvisa uscì dalle loro labbra

| La parola di verità | Designando non l’umano avversario | Nelle umane guerre

| Ma l’atroce presente nemico | Dell’umanità’.

 

Una semplice epigrafe che pure contiene più « storia vera » di molte opere del filosofo idealista, quando egli scrive lontano dalla « realtà della povera gente» e pensa, forse, di potere egli solo, per suo conto, pronunciare la « parola di verità »: ed è importante annotare anche questo omaggio della cultura tradizionale italiana alla cultura o alla storia che sta sorgendo dal basso con la guerra popolare di liberazione.

 

 

da: Roberto Battaglia Storia della Resistenza italiana 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945. Torino 1964- L’8 settembre- L’insurrezione di Napoli e la resistenza del Mezzogiorno. Pag 103-115