I fatti luttuosi del dopo armistizio del 1943 a Castellaneta (Ta) nel ricordo di un giovanissimo testimone .

I fatti luttuosi del dopo armistizio del 1943 a Castellaneta (Ta) nel ricordo di un giovanissimo testimone .

di M i c h e l e   M i r a g l i a

La notizia dell’armistizio dell’8 settembre 1943, che annunciava la cessazione delle ostilità tra le forze armate italiane,soccombenti, e quelle soverchianti  anglo-americane, giunse improvvisa e si diffuse con rapidità tra la popolazione di Castellaneta. Alla sorpresa iniziale ben presto si accompagnarono manifestazioni di giubilo ed entusiasmo, al punto che  nella mia ingenuità di bambino, avevo appena otto anni, equivocando sul significato di ‘armistizio’, credetti di interpretare tali dimostrazioni di gioia, come segno di un insperato successo.  Inforcai, allora, la mia bicicletta, oggetto raro, quasi uno “status symbol”, per quei tempi di miseria, e pedalando con foga, percorsi le strade principali della cittadina al grido, “Abbiamo vinto la guerra!!!”. Invece, la soddisfazione della cittadinanza per l’annuncio dell’armistizio era semplicemente dovuta alla intravista possibilità di beneficiare al presente ed in prospettiva di periodi di serenità e di pace,  dopo i lunghi anni di lutti, stenti e di carestia provocati dalla guerra.  Ricordo di quel tempo i’coprifuoco’ e l’affannosa corsa nei rifugi, costituiti dalle cantine sotterranee, al suono assordante dell’allarme delle sirene, per mettere al sicuro le nostre vite dalle temute incursioni aeree del nemico; la difficoltà di reperire risorse alimentari, se non a caro prezzo al “mercato nero”, con conseguente diffusa indigenza della popolazione; il ricorso a fonti idriche  di ripiego (pozzi e cisterne sotterranee) per sopperire alla mancanza d’acqua. Ancora, in lontananza, a sera, verso Taranto il cielo popolato di palloni-frenati ed illuminato da un gran numero di riflettori per la difesa contraerea, dopo che l’incursione delle aereo siluranti inglesi sorpresero ed affondarono nella notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940 gran parte della flotta da guerra italiana, parcheggiata nel mar Grande. Vi era stata , in seguito, la ‘invasione’ pacifica di buona parte degli abitanti tarantini, che nel timore di prevedibili bombardamenti dell’abitato, si erano sparpagliati nelle cittadine circostanti della provincia, ivi compresa Castellaneta, che, nell’accoglienza solidale degli sfollati,in quel periodo angoscioso forse triplicò la popolazione residente.

Quell’atmosfera distesa, quasi festosa, rapidamente si diradò ed all’euforia di molti subentrò ben presto la preoccupazione di tutti, in quanto la firma dell’armistizio, determinando un capovolgimento delle alleanze, provocò la pronta reazione dei tedeschi, i quali da ex alleati prevaricatori durante la guerra voluta da Hitler e Mussolini si trasformarono senza esitazione in occupanti esigenti e spietati dell’intera penisola italiana. In quei drammatici frangenti, alcune centinaia di migliaia di soldati italiani sbandati, perché lasciati senza guida, furono catturati dall’esercito germanico ed avviati nei ‘lager’ con la qualifica di I.M.I. ( Internati Militari Italiani ), qualche unità navale italiana fu affondata e si moltiplicarono da parte degli occupanti le razzie al patrimonio artistico e ad altre preziosità del nostro paese.

Quando, dopo qualche giorno dalla firma dell’armistizio, proveniente da Taranto, l’11 settembre 1943, fu avvistata in lontananza l’avanzata delle truppe alleate, i tedeschi avevano già fatto in tempo a battere in ritirata, transitando ed attraversando l’abitato di Castellaneta con una fila interminabile di mezzi militari, diretta al centro e  nord Italia per allestire linee di difesa e ritardare l’avanzata degli alleati, in una guerra segnata da distruzioni, eccidi, massacri, conclusasi solo il 25 aprile 1945 con la proclamazione della Liberazione del paese da parte delle eroiche milizie partigiane. Tuttavia a Castellaneta, dopo il ripiegamento, lungo tutto il percorso della ripida salita di San Martino, i tedeschi scavarono dei profondi fossati nella strada,  per ostruire il passaggio dei mezzi militari semoventi degli alleati in avanzata. Inoltre, fecero in tempo a piazzare al termine della salita, in posizione sovrastante , da dove si domina tutto l’abitato di Castellaneta, dei pezzi di artiglieria a lunga gittata per tenere sotto tiro la città.  Da lì partirono, infatti,  alcuni colpi di mortaio micidiali e mirati che ammazzarono, a sud-est della città,  22-23 e forse più cittadini ignari, colpevoli forse di essersi esposti imprudentemente per andare incontro con animo fiducioso ai soldati alleati, giunti in prossimità dell’abitato.

Quel luttuoso evento provocò profonda commozione e dolore nella popolazione, sia per l’alto numero  che per la giovane età delle vittime. Assistetti dalla finestra della mia abitazione, all’imbocco della strada per il cimitero, muto e frastornato, al lungo e mesto corteo di folla straripante , che accompagnava le bare di quelle povere  salme, trasportate da camion, fino all’ultima destinazione, al Camposanto, per l’estremo saluto e la tumulazione.

Quell’episodio, nel quale morirono tante vittime civili incolpevoli, fu seguito il giorno successivo dall’eccidio di Barletta, dove trovarono la morte, per rappresaglia e con la fucilazione per mano tedesca,  11 vigili urbani e 2 netturbini. Ad essi si avvicendarono in rapida sequenza un lunga serie di fatti di inaudita efferatezza, a danno in particolare della popolazione civile, perpetrati dai nazifascisti durante l’occupazione tedesca ( 1943-1945 ) del nostro paese.

 

 

 

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